LETTERA AL MINISTRO DEGLI INTERNI, MICHELE DI MAURO

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Lettera al Ministro degli Interni, di Michele Di Mauro (Bagarì Edizioni 2019) va ben oltre il dibattito pro o contro Matteo Salvini, ma è l’opportunità di ricercare ciò che sta all’origine delle dinamiche più controverse del momento storico in cui viviamo.

Lettera al Ministro degli Interni, saggio in forma di lettera di Michele Di Mauro, apre la collana Parallele Critiche di Bagarì Edizioni. Diversamente da quanto il titolo induce a pensare, Lettera è tutt’altro che un pamphlet anti-Salvini. Indirizzata all’attuale Ministro degli Interni, successore di Marco Minniti – è bene anche tener nota di questo dato -, il libro è un’indagine sulle dinamiche sociali del nostro tempo. Trova concettualmente il suo compimento nella postfazione di padre Alex Zanotelli ed è dalle illustrazioni di Giovanni Mariani, per una satira pungente e appassionata.

Perché leggere Lettera al Ministro degli Interni?

Leggere Lettera al Ministro degli Interni significa andare alla ricerca delle risposte ad alcune domande. Ma prima di tutto, per comprendere le finalità del libro bisogna muovere dalle contraddizioni del nostro tempo, procedere a ritroso e arrivare al nocciolo della questione. In altre parole, bisogna smascherare il fenomeno che è all’origine dei meccanismi sociali che si dispiegano quotidianamente sotto i nostri occhi.
Partiamo, ad esempio, dall’incomunicabilità di massa. Generata dalla forza del giudizio perentorio e insindacabile, che siamo ben capaci di esprimere nascosti dallo schermo del pc e dello smartphone, essa non ci vieta di oltrepassare la soglia tra dibattito e cyber-bullismo. Parliamo anche dell’abilità di sentirci sempre e comunque “persone perbene”, pur esultando per l’uccisione del ragazzino che non si ferma all’alt del carabiniere. Infine – e già ci avviciniamo a uno dei punti cardine del discorso di Michele Di Mauro – la nuova povertà, quella del “sottoproletariato atipico”. Cos’è questa povertà 3.0? Un modo di esistere in cui trovano posto scarpe firmate, smartphone e motorino, ma in cui non c’è mai spazio per istruzione e opportunità concrete di riscattarsi, di scegliere per se stessi un futuro dignitoso.

La post-fazione di padre Alex Zanotelli

A completare il discorso di Lettera al Ministro degli Interni c’è la postfazione di padre Alex Zanotelli. Un tempo missionario comboniano in Africa, oggi attivissimo nel Rione Sanità di Napoli, Alex Zanotelli si allinea alle argomentazioni di Michele Di Mauro proponendo una prospettiva decisiva su come agire per rendere più umano il mondo nel prossimo futuro.

L’operazione concettuale di padre Alex è tanto semplice da definirsi, quando complessa da realizzarsi: essa muta la povertà del sottoproletariato atipico e l’estremo consumismo dei giovani “perbene” in un vivere in sobrietà.
La sobrietà è la chiave di lettura, la via per giungere alle risposte poste poco fa. Essa si accompagna alla giustizia sociale, all’esercizio della tolleranza e allo stare in questo mondo rispettandolo a 360°. Il discorso di padre Alex, dunque, va anche oltre il messaggio evangelico, contempla la necessità di perseverare nelle lotte sociali e ha un occhio sensibile verso le tematiche ambientali.

Lettera al Ministro degli Interni va letto nella consapevolezza che Michele Di Mauro vuol stare al di fuori dei dibatti da social network, fratelli ad alto tasso tecnologico della chiacchiera da bar. Nel loro essere ben più essenziali e acute, frutto delle esperienze condotte a stretto contatto con la problematica realtà napoletana, le considerazioni dell’autore sono un ottimo spunto per riflettere sulla nostra società e sul modo in cui vi stiamo.

 

GIUANIN. L’UOMO CHE SCAPPAVA VERSO SE STESSO, PASQUALE VITALE

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Giuanin è il racconto di un viaggiatore per i viaggiatori, un resoconto itinerante di storie di vita che si intrecciano sullo sfondo dell’Italia degli anni ‘80.

Il 13 maggio 1978 la legge Basaglia sancisce la chiusura dei manicomi. Negli anni immediatamente successivi all’evento, Pasquale Vitale vive la propria esperienza nel laboratorio artistico di Collegno, ex manicomio, e ha fatto di Giuanin il resoconto di un viaggio tanto fisico quanto riflessivo attraverso luoghi e persone, ma soprattutto attraverso l’arte.

Giuanin: l’incontro a Collegno

Quando Pasquale Vitale arriva a Collegno, ormai i “matti” non ci sono più. Restano poche persone, quelle che non sanno dove andare. Tra questi c’è Giuanin che, come Vittorio e gli altri, è ormai disabituato all’espressione di sé a causa dell’isolamento. L’arrivo di Pasquale a Collegno non ha a che vedere con una missione salvifica, ma contribuisce ugualmente a restituire umanità a chi ha bisogno di riappropriarsi di un proprio spazio. Non è una sorta di  incantesimo, ma è il potere dell’arte.

Il viaggio fuori e dentro di sé in Giuanin

Per Pasquale l’arte è il mezzo espressivo per chi non ha parole per comunicare. Fare il madonnaro e decorare le strade con gessetti colorati è una scelta di libertà. Portare linee di colore agli inquilini di Collegno lo è altrettanto. In Giuanin vengono così ad incontrarsi il discorso sull’arte e una concezione del viaggio. Narrati nelle pagine di questo breve ma intenso racconto, gli incontri all’osteria, il contatto con gli inquilini di Collegno e le riflessioni personali conferiscono alla narrazione grande energia, come anche quella semplicità ipnotica di una vita che si autodetermina liberamente. L’incontro con Giuanin e la permanenza al laboratorio artistico diventano l’occasione di vedere aprirsi davvero le porte di Collegno. Nell’intersezione tra lo spazio dell’arte e della riflessione, nascono l’amicizia e la possibilità di definire e ridefinire se stessi. La pratica artistica, infatti, si attesta come via di fuga e, assieme, come strada maestra per riscoprire la propria interiorità. Giuanin è un libro per chi ama i colori, desidera la libertà, non smette mai di esplorare il mondo e strenuamente si scava dentro.

PHULA, LA POTENZA EVOCATIVA DELLE IMMAGINI

phula libri d'arte

I libri d’arte stimolano l’introspezione e la conoscenza di sé. Questo è il fine ultimo di Phula.

Rinnovare l’armonia con il mondo, tracciare la strada verso l’illuminazione seguendo i passi di una consapevolezza ritrovata attraverso l’arte: questo è il proposito di Phula. Opera a quattro mani di Eleonora Castagna e Michela Citro, Phula compare tra le prime pubblicazioni di Bagarì Edizioni e sua prima grande sfida.

Phula: la potenza evocativa delle immagini nei libri d’arte

Le immagini possiedono una forza evocativa immensa, che va ben al di là di quanto osiamo pensare, e la premessa concettuale di Phula è proprio questa. La sfida sta nel proporre un vero e proprio gioiello d’arte, il quale è in grado di rivoluzionare in toto il lavoro editoriale e la relazione tra l’osservatore e l’illustrazione artistica. Qual è l’intento di Phula, quindi? Illuminare la strada della consapevolezza, una via da percorrere secondo le indicazioni della capacità interpretativa libera, sciolta dal vicolo di schemi e modelli.

Spontaneità e libertà interpretativa in Phula

Phula nasce dal carattere spontaneo del lavoro di Eleonora Castagna e Michela Citro, e il solo filo conduttore delle illustrazioni è il loro carattere spiccatamente floreale. È tale filo a dare il nome all’opera stessa: phula, in lingua Punjabi significa “fiore”. Eppure non esiste limitazione alcuna alla libera associazione di idee, perché ognuno di noi può “ricamare” relazioni tra immagini, determinare il proprio percorso attraverso le linee astratte, ben definite o morbide tracciate dalle artiste. Ognuno di noi dà senso alle immagini, fornisce un’interpretazione che si accorda alla propria sensibilità. Sebbene la genesi di Phula provenga da uno spirito tanto artistico quanto di leggerezza, ad esso spetta il compito assai arduo dei libri d’arte: dare una scossa alle sopite capacità di interpretazione e riflessione, stimolare la crescita interiore attraverso l’introspezione e la conoscenza di sé.

TRA SCETTICISMO E CONSAPEVOLEZZE, COME PRESERVARE IL FUTURO?

Anidride carbonica, metano, protossito di azoto, perfluorocarburi, idrofluorocarburi, esafluoruro di zolfo. Sono questi i cosiddetti gas climalteranti, responsabili dell’effetto serra e del conseguente riscaldamento globale, prodotti dai combustibili fossili come il petrolio, dalle industrie chimiche e manifatturiere, dalle discariche e da numerose altre attività antropiche. Difatti il Protocollo di Kyoto, firmato da 55 Nazioni nel 16 febbraio 2005, pone come obiettivo internazionale la riduzione delle emissioni dei suddetti gas, nel tentativo di contenere il riscaldamento globale entro e non oltre i 2C°. Purtroppo la scarsa dimostrabilitá delle possibili conseguenze dei cambiamenti climatici dovuti a tale innalzamento e la necessità di tempi dilatatissimi per verificarne l’esattezza, hanno lasciato aperti numerosi interrogativi sulla reale entità del problema, a partire dai primi studi del Novecento. Risulta facilmente comprensibile, allora, la posizione di chi da una parte non ha ritenuto reale il pericolo dei cambiamenti climatici e di chi dall’altra, invece, ha erroneamente creduto che l’inquinamento potesse generare catastrofi naturali, ere glaciali o tempeste solari piuttosto che costanti e graduali cambiamenti nell’habitat terrestre. Tuttavia, gli avvenimenti recenti e la sempre maggiore attenzione al problema da parte di istituzioni ed esponenti del mondo scientifico non lasciano più spazio a scetticismi e catastrofismi: il pianeta ed il suo clima stanno lentamente cambiando, anno dopo anno, lustro dopo lustro, e non è possibile stabilire cosa realmente aspetti le generazioni future.

Day Zero, crisi idrica a Città del Capo

Da dieci anni a questa parte episodi di crisi idrica si sono susseguiti in diverse zone del mondo simili tra loro per conformazione geologica e caratteristiche climatiche. Dalle zone rurali del Mar Arabico, dall’Iran alla Somalia, colpite da insolite e persistenti siccità, passando per San Paolo, in Brasile, dove nel 2015 i tubi dell’impianto idrico sono arrivati ad aspirare il fango, fino al Sud Africa, colpito duramente dalla diminuzione delle piogge invernali e dalla conseguente riduzione della portata dei fiumi. Nella fattispecie, la metropoli sudafricana di Città del Capo ha dovuto affrontare una crescente crisi idrica, conseguente al prosciugamento della diga di Theewaterskloof Dam, che ha raggiunto il suo apice nel corso del 2018, rischiando di trasformare Città del Capo nella prima metropoli della storia a terminare i rifornimenti idrici. Per il 19 aprile dello stesso anno era previsto quello che le istituzioni e i media hanno soprannominato Day Zero, ovvero il giorno in cui i rubinetti di Città del Capo avrebbero dovuto essere chiusi per razionare l’acqua entro i limiti di 25 litri pro capite al giorno, a fronte di un consumo medio, stimato su scala mondiale, di 185 litri pro capite. Fortunatamente, il pronto intervento delle autorità preposte ed il sorprendente senso civico dei cittadini nell’evitare gli sprechi hanno evitato una soluzione tanto drastica quanto rischiosa per l’ordine pubblico. In questo modo il limite imposto non è andato al di sotto dei 50 litri pro capite, corrispondenti, in ogni caso, alla quantità di acqua necessaria ad una doccia della durata di otto minuti. Il pericolo in realtà non è scampato poiché il Day Zero è stato solo rimandato, secondo le fonti ufficiali, al 2019, ed è questo il motivo per cui le vicende del Sudafrica devono assurgere a prova tangibile delle ripercussioni dei cambiamenti climatici e a monito per la popolazione dell’intero pianeta.

Un modello da seguire per tutelare il futuro

La situazione in cui riversa il pianeta, d’altronde, è preoccupante, tenendo conto che all’innalzamento delle temperature dovute ai gas climalteranti ed alle ormai note ripercussioni quali l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento delle calotte polari, l’estinzione di diverse specie di flora e fauna e sempre più frequenti disastri naturali, si vanno ad aggiungere numerose altre problematiche relative, ad esempio, allo smaltimento dei rifiuti ed allo sversamento delle plastiche nel mare. Anche se slegati tra loro, questi ed altri fenomeni stanno lentamente modificando il nostro habitat, ovvero l’insieme delle caratteristiche fisiche ed ambientali necessarie alla sopravvivenza della nostra specie e di tutte quelle presenti sulla terra. Tuttavia la lentezza con cui queste modificazioni avvengono rendono ancor più difficile sensibilizzare i singoli individui e renderli effettivamente consapevoli del reale problema.

La lezione di Città del Capo


Considerando le difficoltà che si hanno nel prevedere le condizioni climatiche da un giorno all’altro, come si può sperare di avere risposte certe su modalità e tempistiche dei cambiamenti climatici? Per questo, attenersi a vicende come quelle del Sudafrica è quanto mai necessario, soprattutto se si tiene conto dell’importanza rivestita dai singoli cittadini nel superamento della fase più acuta della crisi. Nel periodo di transizione da una condizione climatica ad un’altra che la Terra sta attraversando, il senso civico, l’impegno profuso e la forza di volontà dimostrata dagli abitanti della capitale sudafricana devono divenire il modello da seguire affinché si possa reprimere il problema e, qualora fosse ancora possibile, eliminarlo. La questione dei cambiamenti climatici non può più essere sottovalutata né ignorata, ed ecco perché non è più accettabile, tra le tante mancanze, che capi di Stato e multinazionali violino apertamente ed impunemente il protocollo di Kyoto od i trattati affini. Se infatti è vero che non vi sono dati certi in merito ai mutamenti climatici, è altrettanto vero che tutti gli studi sono concordi nell’affermare che in presenza di un effetto serra troppo accentuato la vita è impossibile, motivo per cui, per esempio, Venere è stato considerato un pianeta non abitabile. I possibili scenari futuri sono dunque conclamati e la speranza è che il Day Zero di Città del Capo e la pronta risposta dei suoi cittadini divengano memento indelebile per il genere umano. Perseverando nell’attuale condotta, infatti, le nostre azioni influenzeranno ineluttabilmente le sorti del pianeta, tramandando alle generazioni future un problema sempre più ampio e di difficile risoluzione.