Se gli analfabeti sono gli inclusi

Chi si aspetta di trovare in Lettera al ministro degli interni un pamphlet anti-Salvini, la solita tirata sugli immigrati e la tolleranza mascherata da inchiesta, non rimarrà molto contento di ciò che argomenta Michele Di Mauro, l’autore che apre la collana Parallele Critiche di Bagarì. Questa Lettera, infatti, non fa l’occhietto complice a nessuno.

Perché leggere Lettera al ministro degli interni

La nostra abitudine, foraggiata dagli algoritmi di Facebook e Google e dall'”effetto abitacolo”dell’esprimerci via pc o cellulare, è quella di approcciare le questioni sociali e politiche appoggiandoci idealmente ad una “massa” che la pensa come noi e che ci caratterizza e riconosce come “persone perbene”. Sentire questo appoggio, sapere di essere di destra o sinistra, italianisti o antirazzisti, ci spinge ad un giudizio spesso perentorio, insindacabile, indiscutibile. Ecco come i media di comunicazione di massa creano l’incomunicabilità di massa, in cui ognuno è libero di ergersi a giudice di tutti gli altri, in cui i forum di discussione sociale oltrepassano quasi sempre il limite tra dibattito e cyber-bullismo.

Di Mauro ci toglie la comodità di uno schema valoriale preconfezionato, ci strappa fuori dall’abitacolo e mette davanti a tutte le contraddizioni che stridono nel nostro modo di vivere progressista e tollerante, di sinistra nelle parole e, nei fatti, della più becera destra individualista. Siamo pronti a scagliare la pietra sul ragazzino fashion che ci punta il coltello alla gola nello stesso modo in cui siamo precisi nell’inchinarci a chi lo ha umiliato e sfruttato sin dall’infanzia, rendendolo un piccolo criminale, e ha fatto lo stesso anche con noi, rendendoci degli automi frustrati.

Siamo pronti a difendere il diritto dei nostri figli di ubriacarsi a spritz nei locali del centro senza che i poveri vadano ad importunarli, picchiarli, rapinarli. Urliamo urrà quando un bambino cresciuto in fretta viene ucciso da un carabiniere, solo perché non si era fermato all’alt della pattuglia. Invidiamo e disprezziamo questa povertà nuova, con lo smartphone e il giubbotto ultimo grido.

Ma odiando loro stiamo odiando noi stessi, perché questa povertà è la diretta conseguenza del benessere acritico che il potere ci ha offerto e noi abbiamo accettato, noi del ceto medio, che ha potuto studiare e aveva, a differenza di questi poveri, i mezzi per capire quale sarebbe stata la contropartita.

Questa Lettera è tuttavia molto più di un j’accuse, una requisitoria sul ceto medio. Anche la corruzione della sinistra, politica e culturale, non è affrontata da un pulpito, dal punto di vista della “persona perbene”. Di Mauro non dà alcun appiglio ideologico o scusante storica, neanche a se stesso. Scrive all’autorità non le sue accuse o le sue proposte teorico-politiche, ma le schiette vicende della sua vita, il modo in cui egli ha provato a cambiare le cose, quando si è calato nel ventre vivo del sottoproletariato”atipico” – come egli lo definisce – e ha attraversato le soglie dei palazzi del potere. E si rivolge non alle nostre sole coscienze, ma in qualche modo ad un principio di fede nell’umanità e di cura di chi è più svantaggiato che, sebbene sopito da anni di benessere materiale e precarietà dei valori, giace in ognuno di noi.

Non un libro isolato

Leggere questo libro è dunque calarsi a vivo nella nostra storia contemporanea, attraverso il racconto di chi si è battuto insieme ai poveri e ha sperimentato da vicino la corruzione devastante che ha portato al fallimento della sinistra e alla situazione politica odierna.

La post-fazione di padre Alex Zanotelli, ieri missionario comboniano in Africa, attivissimo oggi nel rione Sanità, completa il quadro con una lettura della crisi contemporanea e con prospettive decisive su come dobbiamo agire per rendere più umano il mondo nel prossimo futuro.

Le illustrazioni di Giovanni Mariani sono la “chicca” del volume. Oltre alla copertina, ha realizzato all’interno, in sei illustrazioni, una satira di elevatissimo livello, dando suggestioni di rinascita culturale e non avendo alcuna remora verso il potere, di destra e di sinistra, di cui viene smascherata la retorica con occhio pungente e appassionato.

Lettera al Ministro degli Interni, di Michele Di Mauro – illustrazioni di Giovanni Mariani, postfazione di padre Alex Zanotelli. Presto disponibile in Bagarì Store e in libreria.

Cos’è il progetto Hey, Pachuco?

Se si analizza la realtà della produzione culturale contemporanea non si potrà evitare di notare un abisso tra la dimensione propria della domanda e quella dell’offerta:

la prima è caratterizzata da un fluido circolare di ideali, da spirito critico, da una richiesta incessante di opere di sempre maggior spessore e in generale da una alta disponibilità all’innovazione. Il pubblico, nonostante gli immancabili difetti del sistema educativo, si dimostra comunque aperto alla crescita intellettuale e ben presto si rende autonomamente capace di distinguere la qualità dei prodotti;

la seconda, al contrario, è ancora dominata dalla tirannia del mercato: a prescindere dalla qualità del lavoro, a prescindere dai contenuti, l’artista e il pensatore si ritrovano sempre e comunque in balia della contingenza, incapaci di far affidamento su quei diritti fondamentali che permetterebbero loro di esprimersi al massimo delle proprie capacità.

Mentre si annuncia la cultura libera e universalmente accessibile, allo stesso tempo si vieta l’accesso e lo spazio necessario per liberare il processo culturale nella pratica. La figura dell’artista di strada, da che era un ideale rivoluzionario contro l’establishment accademico, è divenuta una condanna.

La nascita del progetto

È a partire da questo duplice riconoscimento che si sviluppa il progetto Hey, Pachuco.

La domanda di cultura, incessante, sempre affamata, va di pari passo con la difficoltà reale di una espressione veramente libera, garantita nella propria libertà contro le forze dominanti. Essa è, fondamentalmente, necessità di espressione delle contraddizioni reali costitutive del quotidiano, a partire dalle esperienze più immediate fino alle riflessioni sulle condizioni umane.

Nella misura in cui l’organizzazione della società punta sempre più ai dettami dell’economia politica e sempre meno alle necessità degli individui che la compongono, le condizioni che essa impone hanno effetti devastanti sull’uomo e sull’ambiente.

Cosa propone Hey, Pachuco?

A partire dalla comprensione della paradossalità del reale stato dei fatti, il collettivo Hey,Pachuco si propone come punto critico, come punto di riferimento per le realtà emergenti altrimenti costrette all’emarginazione e al silenzio:

  • come osservatorio politico-culturale, di libera ricerca, atto a creare uno spazio dialogico di crescita collettiva, ponendo le basi di una socializzazione nuova, che si svincoli dalla logica dei rapporti di dominio;

  • come laboratorio artistico che fornisce possibilità di esprimere se stessi anche alle categorie ancora socialmente emarginate, consci che l’isolamento non è che il disumano tentativo di eliminare la memoria delle vittime dell’irrazionale organizzazione sociale;

  • come progetto di ricerca dei saperi liquidati dal pensiero razionalistico, in particolare il vasto universo della tradizione esoterica, vero e proprio calderone della saggezza passata;

  • come gruppo di analisi della problematica ambientale rispetto sia ai cambiamenti climatici, alle loro implicazioni e alle loro cause, sia rispetto al tema dell’inquinamento del territorio e alle soluzioni da attuare.

L’obiettivo è garantire non solo uno spazio espressivo ma anche mettere in moto un processo di valorizzazione dell’attività artistica e culturale, opponendo alla pratica dello sfruttamento e dell’arricchimento personale la reale possibilità di una economia human friendly.

Phula, la potenza delle immagini

Le immagini, in qualsiasi forma ci vengano presentate, hanno una forza evocativa immensa, ben aldilà di quanto, anche chi ne è consapevole, possa immaginare.
Ed è da questa premessa che prende forma Phula, un insieme di lavori, nati per motivi pratici, di studio ed esercizio, definiti dalle stesse autrici “una montagna di nostri scarabocchi”, che pone fortmente l’accento sul potere evocativo delle immagini.

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