Fascismo e comunismo in Spagna tra “verità” e memoria storica

Se qualcuno provasse a dire che l’Olocausto non è mai esistito, verrebbe -giustamente- tacciato di essere in malafede. È impossibile pensare di smentire le tante testimonianze dei superstiti di Auschwitz, così come i tanti filmati e documentari, facilmente reperibili online e puntualmente in onda su Rai Storia. Una verità lampante e incontrovertibile, giusto? Perfetto.

Eppure, resta il fatto che ci sono tragedie, olocausti in miniatura, che non “godono” dello stesso riconoscimento. Era il 2004, quando un (più) giovane Silvio Berlusconi riapre i libri di storia su un capitolo poco felice della storia italiana. Gli italiani, o almeno, quelli che non vivono nel Friuli Venezia Giulia, riscoprono la questione foibe, le fosse comuni e gli esodi di massa. Prima di allora, nella cultura popolare le poche testimonianze del dramma istriano si limitano a qualche nota di colore (nonostante la pellicola in bianco e nero) nel capolavoro “Arrangiatevi”, di Mauro Bolognini, con i magistrali Totò e Peppino. Da quel momento, poco e niente.

Il motivo è presto detto: ci sono verità scomode che contrastano fortemente con le nostre ideologie. Noi, qualsiasi sia il nostro colore politico, giallo, rosso, nero, verde, bianco, siamo meglio degli altri. Sempre. Noi non sbagliamo. Mai. E quando lo facciamo, è un problema serio. Questi, amici, sono esattamente gli stessi meccanismi antropologici di base che fanno dire a qualche carattestico -e anacronistico- giovanotto col fez che, tutto sommato, LVI ha fatto pure cose buone.

Certo, si tratta di storie diverse per ideologie diverse con diverse caratteristiche. Fatto sta, però, che quando un’ideologia diventa dittatura, le distorsioni che ne conseguono danno risultati molto simili. Propaganda, stragi di massa, omicidi di stato, censure e così via dicendo. La risposta più naturale a questo tipo di distorsione ideologica è sempre la stessa: una continua e costante polarizzazione del dissenso verso il suo esatto opposto. In linea di massima, ovviamente. È così che nascono gli -anti.

Il mondo cattolico e reazionario occidentale e antisovietico, dopo aver conosciuto la “paura rossa” in seguito alla Rivoluzione russa del 1917, il proliferare di scioperi e la continua contestazione di concetti come la proprietà privata, si oppone  alimentando la paura dello sconosciuto. “I comunisti mangiano i bambini”. Così come al comunismo si oppone l’anti-comunismo, al fascismo si oppone l’anti-fascismo. Molto spesso, la questione si semplifica così: comunismo = antifascismo; fascismo = anticomunismo. Ma, come sempre, la questione è un po’ più complessa.

Manifesto di propaganda anticomunista del ’48 – G. Guareschi
Nino Camus – “Spigolo”, 1944/1945

Senza divagare troppo, c’è una cosa che accomuna entrambe le direzioni politiche: la difficoltà di fare pace con la propria storia. Questo è particolarmente vero per i paesi che nel ‘900 hanno conosciuto le dittature fasciste come -rimanendo in Europa- Spagna, Portogallo e Italia. Il nocciolo della questione è stato abilmente esplicato dallo storico Alessandro Barbero in un video diventato virale (ovviamente, per quanto può diventare virale un video di questo tipo): la percezione della storia difficilmente può prescidere dall’esperienza più o meno diretta, dalla concezione, documentata o meno, ereditata o meno, di un fatto storico.

È una situazione di impasse da cui è molto difficile uscire. Facciamo un improvviso balzo in avanti di un secolo, e arriviamo agli anni ’20 del 2000. È notizia recentissima la risoluzione del parlamento UE che equipara, di fatto, comunismo e fascismo nella condanna storica dei totalitarismi. Anche se si tratta di una risoluzione che, al momento, non ha ricadute sul piano politico, riapre una ferita mal suturata. Mentre in paesi come l’Italia la condanna al fascismo ha assunto carattere giuridico con la legge Scelba (che condanna la “riorganizzazione del partito fascista”[1]) e carattere culturale con la rimozione (in alcuni casi mal riuscita) di ogni simbolo o scritta fascista dalle strade e dalle piazze italiane, restano a mo’ di memento mori nei paesi dell’Est che hanno conosciuto il regime comunista, nonostante, soprattutto nei paesi del Visegrad, sia diffuso un forte sentimento anticomunista.

Non si sono fatte attendere le polemiche. Insorgono i partiti europei di sinistra, soprattutto quelli che operano nei paesi che hanno conosciuto dittature di stampo fascista. Mentre in Italia l’ANPI ribatte con una nota ufficiale che sostiene che «[…] In un’unica riprovazione si accomunano oppressi ed oppressori, vittime e carnefici, invasori e liberatori, per di più ignorando lo spaventoso tributo di sangue pagato dai popoli dell’Unione Sovietica», la Spagna del socialista Sánchez risponde con la sentenza della Corte suprema che ha approvato all’unanimità l’esumazione della salma del Caudillo, finora sepolto nella Valle de los Caídos, monumento criticatissimo fatto costruire durante la dittatura per la cui costruzione sono stati adoperati detenuti politici condannati ai lavori forzati. Oltre alla polemica che gira intorno alla manodopera impiegata, si sottolinea che i 33.847 cadaveri registrati (il che significa che ce ne sono molti di più) sono stati perlopiù recuperati da fosse comuni. Ciò sottintende che nazionalisti e repubblicani cercano di riposare in un’immensa fossa comune, cosa che rende ancora più insopportabile l’ingombrante presenza di Francisco Franco. Il Caudillo cria malvas (che è un modo romantico che hanno gli spagnoli per dire che qualcuno riposa all’ombra di un cipresso… o che è diventato cibo per vermi) da quel 20 novembre 1975, ma le sue spoglie continuano ad emanare cattivo odore.

Presunti olezzi a parte, i rapporti tra la Spagna e la sua storia recente sono sempre stati difficili. È stata approvata il 31 ottobre 2007, trentadue anni dopo la fine della dittatura di Francisco Franco, la Ley de la Memoria Histórica de España, grazie alla quale “si riconoscono e si ampliano i diritti e si stabiliscono misure a favore di chi avesse patito persecuzioni o violenze durante la guerra civile e la dittatura”. La legge include il riconoscimento di tutte le vittime della guerra civile (1936-1939) e della conseguente dittatura (1939-1975), ma non prevede l’apertura delle fosse comuni (e la Spagna, in questo senso, è un enorme cimitero) in cui ancora oggi giacciono i resti di miliziani e civili vittime di rastrellamenti e rappresaglie. Il recupero e il riconoscimento delle vittime non sembra essere, tecnicamente parlando, una questione di interesse pubblico. A pensarci sono enti privati, come l’ Asociación para la Recuperación de la Memoria Histórica (ARMH) e il foro per la memoria. Il cavillo legale che ha permesso l’avvio di questo tipo di attività è l’interposizione di una denuncia per l’omicidio del poeta Federico García Lorca (1898-1936). Il reato, caduto in prescrizione in Spagna, è stato denunciato in Argentina (se siete interessati ad approfondire l’argomento e masticate un po’ di spagnolo, vedere qui). Spagnoli. Se non ci fossero bisognerebbe inventarli.

Fucilazioni di massa, rastrellamenti, omicidi illustri. In una situazione “normale”, tanto basterebbe a capire chi sono buoni e chi sono i cattivi. La Spagna del triennio ’36-’39, però, è tutto tranne che normale. Mentre la resistenza di casa nostra agiva all’interno di uno Stato unificato contro un regime già stabilizzato, la situazione iberica vedeva due Spagne, una contro l’altra, divise di fatto anche geograficamente. Questa peculiarità presenta una serie di problematiche che comporta delle specularità tra entrambe le parti in guerra: con i sostenitori dei sublevados bloccati nella parte repubblicana e i repubblicani bloccati in zona nacional, la guerra civile spagnola vissuta nelle retrovie è tutto un susseguirsi di violenze inaudite. In una prima fase della guerra, in zona repubblicana i tribunali popolari, composti da sindacalisti e gente comune, mettono in piedi processi-farsa, al termine dei quali chiunque abbia idee di destra (o sia anche solo sospettato di essere massone o di appoggiare i nazionalisti) viene messo davanti al plotone di esecuzione. Sono tanti gli espropri proletari, perlopiù violenti. Nelle zone di confine, chiunque cerchi di passare dall’altra parte viene sparato a vista.

Tutto questo viene ulteriolmente peggiorato da una grande disorganizzazione generale a tutti i livelli. Il presidente Manuel Azaña, non potendo contare sulla lealtà dell’esercito regolare, che per buona parte appoggia Franco e gli altri congiurati, decapita la gerarchia militare affidando i posti di comando a sindacalisti e civili a digiuno di ogni nozione strategica, scelta che avrà un impatto devastante sullo svolgimento della guerra. In mezzo a tutto questo marasma la repubblica consegna nelle mani di gente qualunque settantaduemila fucili.

In questo grande pastrocchio che è il triennio della seconda repubblica spagnola, bisogna aggiungere che il fronte repubblicano è diviso. Rende bene l’idea Salvador de Madariaga, che descrive il fronte rosso come “hidra revolucionaria”, il mostro a sette teste: una sindacalista, un’altra anarchica, due comuniste e tre socialiste. «[…] Le teste si mordono l’una con l’altra»

Andando avanti fino alla fine del primo anno di guerra, il governo governa sempre meno, le sette teste fanno fatica a coordinarsi, e nelle città comandano i sindacati, le sigle, i partiti. Alcuni ne approfittano per fare prove tecniche di governo. Per capirci: tra gli anarchici, che per definizione non credono nei governi, c’è chi entrerà a far parte del governo della repubblica con funzione ministeriale.

Tra governi, eserciti e popoli, manca all’appello un quarto Stato: quello della Chiesa.

Non si sa perché, ma comunisti e cattolici non sono mai andati troppo d’accordo. Prima dell’invenzione del  cattocomunismo, s’intende. “La religione è l’oppio dei popoli”, diceva qualcuno. Fatto sta che in zona repubblicana le chiese furono saccheggiate, rubati e distrutti simboli e ornamenti sacri. Secondo Antonio Montero[1] a lasciarci il colletto furono 13 vescovi, 4.184 preti, 2.365 frati e 283 monache, uccidendo il 16% del totale della popolazione religiosa spagnola. Il risultato è una forte quanto ovvia condanna da parte della Chiesa. Quando i nazionalisti conquistarono Castaño del Robledo, dalle parti di Pamplona, il vescovo, come in una specie di ex voto, decide di sostituire la classica figura del moro (dei quali, tra l’altro, i nazionalisti si servirono abbondantemente durante la guerra) sconfitto da San Giacomo (non per niente detto “matamoros”) con una statua di Lenin. Nasce San Giacomo “matarojos”.

Mentre un po’ ovunque in Spagna qualche burlone si faceva foto di carnevale vestito da prete o chierichetto, magari ubriacandosi con vino consacrato o intrattenendosi con qualche ragazza “facile” in canonica, nella Iglesia del Carmen, a Madrid, qualche buontempone col senso del buongusto mal tarato si dà all’archeologia.

A posare il fucile e ad armarsi di pale e picconi è l’anarchico José Olmeda Pacheco (CNT), che, mettendosi alla ricerca di tesori nascosti, vìola le tombe di uomini e donne di chiesa ivi sepolti. Il risultato è una mostra improvvisata all’ingresso della chiesa, dove scheletri e corpi mummificati, ancora nelle loro bare, vengono esposti. All’interno, previo pagamento di regolare biglietto d’ingresso, altri corpi messi in posizioni sessuali.

Come per altre occasioni accadde nella fazione nazionalista, anche in questa non tardò ad arrivare la condanna di tali gesti da parte del governo repubblicano e delle sigle “rosse”. Il risultato fu una condanna non solo etica e morale, ma anche giuridica. Il tribunale popolare (quindi considerabile un tribunale “amico”) accusò il signor “Olmeda Pacheco, José dei reati di uso indebito di simboli religiosi, rapina, furto e tentato omicidio […] autore responsabile di un reato di adesione, favoreggiamento alla Ribellione Militare e altri reati”. Insomma, quanto basta a liberarsi di un personaggio scomodo e ingombrante: condannato alla pena di morte “e, in caso di commutazione della pena, all’ergastolo”[3].

La pena di morte verrà annunciata sull’edizione del mattino dell’Abc di Madrid di un freddo 24 dicembre. Il giornale commenta: “nella sentenza non è espressa alcuna condanna per nessuno dei [altri] reati, per i quali l’applicazione della pena massima annulla le pene inferiori. La sentenza, per i suoi fondamenti, è un ammirevole documento giuridico e rappresenta un precedente esemplarissimo.[4]



[1] Pur essendo, nei fatti, mal applicata, dato essa dovrebbe condannare qualsiasi «[…] associazione, […] movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.» legge n. 645/1952 art. 1

[2]  Antonio Montero, Historia de la persecución religiosa en España (1936-1939),Madrid, 1961

[3] Atto completo del processo consultabile al sito pares.mcu.es/ParesBusquedas/servlets/ImageServlet?accion=41&txt_id_imagen=1&txt_rotar=0&txt_contraste=0&txt_zoom=10&appOrigen=&cabecera=N

[4] ABC di Madrid, edizione mattutina del 24/12/1936, pagg. 5-6. Liberamente consultabile online al sito http://hemeroteca.abc.es/nav/Navigate.exe/hemeroteca/madrid/abc/1936/12/24/005.html (pag.5)
http://hemeroteca.abc.es/nav/Navigate.exe/hemeroteca/madrid/abc/1936/12/24/006.html (pag.6).

Dove sono i matti (dopo la Legge Basaglia)?

Nel 1975 un gruppo di pazienti dell’ospedale psichiatrico di Trieste, grazie ad un’iniziativa
promossa da Franco Basaglia, effettuò un volo in aeroplano sulla città, ripreso dalle telecamere del
regista Silvano Agosti. Come recitano i titoli di testa del docu-film, quello era uno dei tanti modi
per uscire dal manicomio. Ma cosa ha significato davvero la chiusura degli ospedali psichiatrici?
Cosa è cambiato dopo la Legge Basaglia nella vita di chi soffre di un disturbo mentale? E in che
modo è mutata in questi ultimi quarant’anni l’idea stessa che l’opinione pubblica ha del “matto”? A
queste domande, noi di Bagarì Edizioni proviamo a rispondere parlandone con la Dottoressa
Annapaola Mazza, tecnico della riabilitazione psichiatrica. Intervista a cura di Emanuela Graziano.

Dentro i manicomi ci sono sempre state due cose: l’orrore e gli esseri umani. Questa è la
considerazione espressa da una delle più strette collaboratrici di Basaglia, intervistata dalle
telecamere di Agosti. Cosa comportava la situazione legislativa prima dell’approvazione della
Legge 180?

Dott.ssa Annapaola Mazza: Se risaliamo alle prime legislazioni in materia psichiatrica notiamo che
esse si basavano sull’idea, preconcetta, che fosse infondata l’ambizione di curare la malattia
mentale, di conseguenza ci si limitava alla reclusione del soggetto. Ne è dimostrazione la legge del
14 Febbraio 1904 che recita più o meno così: «debbono essere custodite e curate nei manicomi le
persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli
altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite
e curate fuorché nei manicomi.» In quella fase storica, le procedure, una di tipo ordinario e una di
tipo straordinario, erano affidate alle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza. Gi internati
venivano addirittura iscritti al Casellario Giudiziario!

È in questo clima tendente all’emarginazione del diverso che lo psichiatra Franco Basaglia
concepisce un tipo di riabilitazione inclusiva e non prettamente farmacologica. Nel 1978 viene
approvata la Legge 180 di riforma psichiatrica che apre finalmente le porte dei manicomi. È
riuscita almeno in parte ad avvicinare – non solo fisicamente – il malato agli altri membri
della sua comunità?

Dott.ssa Annapaola Mazza: Con la Legge Basaglia si assiste ad un’avanguardistica e coraggiosa
revisione culturale e tecnica del concetto di “follia” abbinata ad un’applicazione pratica di
trattamenti atti alla cura e alla riabilitazione di persone affette da disturbo psichico al di fuori del
manicomio. Un punto importante, da segnalare in modo particolare come innovativo e pioneristico
della legge è quello di sfidare il pregiudizio culturale circa la patologia psichiatrica e di
promuovere una nuova immagine sociale della persona colta da disturbi psichici. A livello
culturale penso si sia passati attraverso una maggiore sensibilizzazione che ha portato la
popolazione a vedere il paziente psichiatrico non più come “pericoloso per sé e per gli altri” ma
addirittura come foriero di opportunità.

Tra gli immediati effetti della Legge 180 c’è, quindi, la chiusura dei manicomi come centri di
“reclusione medicalizzante” del paziente e, di conseguenza, il suo ingresso in società. Come è
stato accolto? Il livello di sensibilizzazione raggiunta, secondo lei, è sufficiente?


Dott.ssa Annapaola Mazza: A mio parere è avvenuto solo in parte e solo per alcune situazioni: si
pensi, ad esempio, al fatto che la parola “schizofrenia” ancora suscita timore ed ancora implica
connotazioni prettamente negative, nel linguaggio comune; d’altra parte negli ultimi anni si è
andata affermandosi nella cultura popolare la tendenza di abbinare a certe patologie, come alcune
forme di autismo o il disturbo bipolare, i tratti distinti del Genio. Nulla di realmente nuovo: è un cliché facilmente rintracciabile ripercorrendo a ritroso le tappe della nostra stessa cultura; eppure,
sarebbe erroneo non cogliere la specificità di questo fenomeno con le sue implicazioni profonde. Ai
fini del nostro discorso, sarebbe sufficiente notare quanto la diffusione di certe idee, sicuramente
banalizzanti, faccia capo ad una visione “nobilitante” della malattia che non può prescindere,
tuttavia, da una parziale “esorcizzazione” della patologia dalle connotazioni negative
tendenzialmente attribuite. Esistono infatti interventi specifici contro lo stigma volti ad in-formare
la popolazione generale, gli utenti, i familiari e, talvolta, gli operatori stessi che, fa strano, è stato
dimostrato da studi scientifici essere, in alcuni casi, importanti portatori di stigma.


La Legge scardinava dalle fondamenta dell’ordinamento giuridico, non soltanto procedure
alienanti e inefficaci, ma anche un antico retaggio culturale. Condannava finalmente i metodi
costrittivi attuati nei manicomi proponendo metodi creativi. Il progetto messo in moto da
Franco Basaglia può dirsi concluso?


Dott.ssa Annapaola Mazza: È sbagliato credere che la situazione sia del tutto rosea perché è
ancora in corso una lunga battaglia portata avanti da utenti, famiglie e operatori; siamo lontani
dall’essere arrivati ad un punto di reale comprensione, trattamento e riabilitazione, siamo dunque
ancora in piena crescita. Io parlo da operatrice ma penso si stia facendo quello che è possibile per
favorire l’apertura nei riguardi dell’Altro.

Il mondo brucia nel silenzio. Da gennaio ad agosto 2019, andati in fumo 5 milioni di ettari di vegetazione.

«Io sono me più il mio ambiente, se non preservo quest’ultimo non preservo me stesso».

Con questa emblematica frase, Jose Ortega y Gasset, provava nel 1914 a sensibilizzare le persone su una questione di estrema importanza, la tutela della natura e dei suoi frutti, allora non ancora impellente. A distanza di 105 anni da queste parole, i cosiddetti polmoni della Terra stanno bruciando, incessabilmente, contemporaneamente ed inesorabilmente.

Cosa sta succedendo realmente nel mondo?

Il 2019 è stato, fino ad ora, un anno molto duro per il nostro pianeta e le cose, purtroppo, non sembrano destinate a migliorare. Dall’inizio dell’anno in diverse aree verdi del pianeta tra Sud America, Siberia, Sud-Est asiatico ed Africa si sono infatti registrati migliaia di incendi ogni mese. Nella sola Amazzonia stando ai dati forniti dall’INPE, l’istituto brasiliano che si occupa delle indagini spaziali, gli incendi totali nel 2019 sono stati da gennaio ad agosto 84957, per una media di circa 350 incendi al giorno che hanno coinvolto Brasile, Perù, Argentina, Bolivia e Paraguay. Nelle zone forestali della Siberia e della tundra dell’Alaska, della Groenlandia e dell’Artico, nel solo mese di agosto, sono andati a fuoco oltre 5 milioni di ettari di vegetazione, ovvero poco meno dell’intero patrimonio forestale italiano. Grazie ad una fotografia scattata dalla FIRMS, il centro dati della NASA, è possibile rendersi conto della reale situazione in cui la Terra riversa, dato che ogni singolo incendio attivo è riportato sull’atlante con un puntino rosso.

Ovviamente non si tratta di soli incendi spontanei, maggiori in Siberia dove il numero di fulmini e di piante secche è notevolmente aumentato per via del riscaldamento globale, ma sono di fatto numerosissimi i casi di roghi appiccati con dolo. Roghi che, per via dell’aumento delle temperature e della siccità prolungata, si propagano con facilità disarmante e risultano quasi impossibili da estinguere.  In Amazzonia tutto è dovuto alla crescente deforestazione necessaria alla produzione agricola ed industriale, così come in Indonesia, laddove le autorità hanno puntato il dito contro i produttori di olio di palma colpevoli di voler ampliare le zone di coltivazione. Caso diverso, invece, quello dell’Africa poiché nelle zone più colpite, ovvero quelle limitrofe alla Savana in cui è presente un bioma erboso, la causa scatenante non è la deforestazione ma la fertilizzazione. Inoltre è stato dimostrato come la tecnica dello slash and burn permetta realmente di rinnovare la vegetazione grazie alla cenere che si deposita sul terreno, limitando il problema esclusivamente all’emissione di CO2.

L’indifferenza istituzionale

Una simile situazione, se si tiene conto degli innumerevoli problemi che la Terra sta affrontando dal punto di vista ambientale, necessiterebbe di un pronto intervento delle istituzioni e di una reale volontà di trovare una soluzione, invece si è costretti ad osservare allibiti l’indifferenza, se non la connivenza, delle figure istituzionali e di conseguenza, neanche a dirlo, della popolazione tutta. Basti pensare alla figura di Jair Bolsonaro, reo di aver ridotto le sanzioni per la deforestazione dell’area ora soggetta agli incendi e di aver licenziato il direttore dell’INPE accusandolo di aver falsificato i dati, oppure a tutti i criminali, al soldo dei latifondisti, disposti ad incendiare la propria terra. Il nostro habitat naturale, l’unico pianeta attualmente conosciuto sul quale è possibile la vita, sta bruciando senza sosta, creando un circolo vizioso che si autosostenta. Un circolo vizioso in cui gli incendi sono alimentati dalle temperature sempre più alte, le emissioni di CO2 dovute agli incendi creano i presupposti per un ulteriore aumento di temperatura e così via all’infinito fino ad arrivare a quello che viene solitamente definito Tipping Point, il momento in cui il processo di trasformazione di una foresta in savana diviene irreversibile. E il tempo a nostra diposizione per invertire il processo continua ad esaurirsi.

Napoli, tra spazi alienati e spazi di riappropriazione

È impossibile uno studio delle contraddizioni di Napoli senza tener conto del contesto urbano in cui si sviluppano: strade, abitazioni e vicoli costituiscono il reparto di ostetricia in cui le contraddizioni partenopee partoriscono i propri figli.

Le tante contraddizioni che contraddistinguono la vita quotidiana della città di Napoli non possono essere affatto studiate e prese in considerazione senza considerare il tessuto urbano entro cui si sviluppano.

Non si tratta semplicemente di osservare la struttura delle vie di Napoli, ma anche e soprattutto di come si inseriscono in esse esercizi commerciali, laboratori e abitazioni e, di conseguenza, che tipo di vita si è radicato in quei luoghi e quali sono le reazioni.

Che lo spazio sia un luogo fondamentale della produzione di potere è reso noto dalle teorizzazioni, dalle analisi e dagli studi di M. Foucault, ed è innegabile che un tale pensiero si rispecchi in qualsiasi contesto cittadino e non. A Napoli la cosa è palese: negli spazi che ne caratterizzano in particolar modo il centro storico le produzioni di potere sono molteplici, tutte confliggenti per emergere sulle altre, risultando in una fantasmatica apparenza dei luoghi che conferisce loro un fascino peculiare per cui è famosa la città.

Il centro storico di Napoli: un campo di battaglia simbolico

La maggior parte degli spazi che caratterizzano il centro storico della città, infatti, sono progettati e strutturati per una socializzazione chiusa, per un connubio tra associazionismo civile e intervento del potere che, almeno idealmente, dovrebbero essere complementari: l’associazionismo civile dovrebbe intervenire negli spazi che il potere lascia liberi, e, parimenti, il potere non dovrebbe perseguire questa ultima forma.

Si tratta di soluzioni proprie di stadi dell’evoluzione storica della società che oggi non sono più tollerati dall’attuale strutturazione e organizzazione del potere: la pressione della totale amministrazione dello spazio e del tempo che le attuali forme di controllo e di dominio del potere impongono al corpo sociale trovano, nel contesto urbano del centro storico di Napoli, una notevole fonte di attrito.

Le strette viuzze che caratterizzano i quartieri così come i cortili interni della maggior parte dei palazzi fungono da barriere, mentre le piccole piazze che intervallano l’altrimenti monotona scacchiera viaria, invece, sono i veri e propri campi di battaglia di questo scontro invisibile, il luogo ove l’associazionismo e il potere si fanno violenti, non solo nel concreto ma anche e soprattutto alla vista: il presidio dell’esercito o delle reazioni cruente al potere parlano da sole.

La reazione all’alienazione dello spazio

A questa prima contrapposizione interna se ne aggiunge una seconda, ovvero i numerosi processi di personalizzazione degli spazi alienati da gentrificazione e conflitti per il controllo dei luoghi: i numerosissimi graffiti, da quelli di semplice messaggistica a quelli grafici o semplicemente firme di determinati gruppi, testimoniano una rete sotterranee di ri-personalizzazione dello spazio, come Baudrillard aveva compreso fin dagli anni ’80 del Novecento.

La nomenclatura viaria, segno del potere ufficiale sull’assetto stradale, infatti, viene contrastata proprio da questa nomenclatura secondaria dei graffiti, per cui lo spazio si riempie di significati altri, personali, o dai nomi secondari con cui quel luogo diviene noto ai residenti, appropriazione di quel posto da parte dell’associazionismo civile che ancora sopravvive.

Una delle considerazioni fondamentali da dover fare, di conseguenza, sulle città caratterizzate da una complessità di contraddizioni che, spesso e volentieri, trovano nella violenza la scorciatoia espressiva per una propria legittimazione ufficiale, è che la preservazione dell’ambiente immacolato agisce più come un ulteriore agente repressivo della vita sociale e delle libertà che sono suggerite dalla stessa conformazione urbanistica.

Il graffito rispecchia una precisa esigenza espressiva e la sua educazione piuttosto che la sua repressione ideologica potrebbe aiutare a risolvere alcune di queste contraddizioni, evitando che l’azione violenta della repressione delle forme di associazione che non intendono assoggettarsi al potere ma che vogliono agire indipendentemente e parallelamente ad esso, sfoci in altrettanti violenti atti.

Il fallimento delle città-gioiello: la morte

La città gioiello, infatti, testimonia di un riferimento simbolico che è, non a caso, come tutti i gioielli, connesso alla morte: l’evidenza di questa simbologia lo si ha nel destino che ha colpito tutte le città ove la preservazione ha preso il sopravvento sulla vitalità del proprio contesto urbano.

A Napoli l’operazione di imbellettamento, associata al turismo spregiudicato, è destinata ad un tragico fallimento, e la drammaticità dell’esplicitazione delle contraddizioni sotterranee è solo una premonizione dell’ancor più violenta reazione che potrebbe comportare la decisione barbara di ignorare i conflitti e proseguire nella cieca tendenza dell’industria del turismo culturale.