Tra scetticismo e consapevolezze, come preservare il fututro?

Anidride carbonica, metano, protossito di azoto, perfluorocarburi, idrofluorocarburi, esafluoruro di zolfo. Sono questi i cosiddetti gas climalteranti, responsabili dell’effetto serra e del conseguente riscaldamento globale, prodotti dai combustibili fossili come il petrolio, dalle industrie chimiche e manifatturiere, dalle discariche e da numerose altre attività antropiche. Difatti il Protocollo di Kyoto, firmato da 55 Nazioni nel 16 febbraio 2005, pone come obiettivo internazionale la riduzione delle emissioni dei suddetti gas, nel tentativo di contenere il riscaldamento globale entro e non oltre i 2C°. Purtroppo la scarsa dimostrabilitá delle possibili conseguenze dei cambiamenti climatici dovuti a tale innalzamento e la necessità di tempi dilatatissimi per verificarne l’esattezza, hanno lasciato aperti numerosi interrogativi sulla reale entità del problema, a partire dai primi studi del Novecento. Risulta facilmente comprensibile, allora, la posizione di chi da una parte non ha ritenuto reale il pericolo dei cambiamenti climatici e di chi dall’altra, invece, ha erroneamente creduto che l’inquinamento potesse generare catastrofi naturali, ere glaciali o tempeste solari piuttosto che costanti e graduali cambiamenti nell’habitat terrestre. Tuttavia, gli avvenimenti recenti e la sempre maggiore attenzione al problema da parte di istituzioni ed esponenti del mondo scientifico non lasciano più spazio a scetticismi e catastrofismi: il pianeta ed il suo clima stanno lentamente cambiando, anno dopo anno, lustro dopo lustro, e non è possibile stabilire cosa realmente aspetti le generazioni future.

Day Zero, crisi idrica a Città del Capo

Da dieci anni a questa parte episodi di crisi idrica si sono susseguiti in diverse zone del mondo simili tra loro per conformazione geologica e caratteristiche climatiche. Dalle zone rurali del Mar Arabico, dall’Iran alla Somalia, colpite da insolite e persistenti siccità, passando per San Paolo, in Brasile, dove nel 2015 i tubi dell’impianto idrico sono arrivati ad aspirare il fango, fino al Sud Africa, colpito duramente dalla diminuzione delle piogge invernali e dalla conseguente riduzione della portata dei fiumi. Nella fattispecie, la metropoli sudafricana di Città del Capo ha dovuto affrontare una crescente crisi idrica, conseguente al prosciugamento della diga di Theewaterskloof Dam, che ha raggiunto il suo apice nel corso del 2018, rischiando di trasformare Città del Capo nella prima metropoli della storia a terminare i rifornimenti idrici. Per il 19 aprile dello stesso anno era previsto quello che le istituzioni e i media hanno soprannominato Day Zero, ovvero il giorno in cui i rubinetti di Città del Capo avrebbero dovuto essere chiusi per razionare l’acqua entro i limiti di 25 litri pro capite al giorno, a fronte di un consumo medio, stimato su scala mondiale, di 185 litri pro capite. Fortunatamente, il pronto intervento delle autorità preposte ed il sorprendente senso civico dei cittadini nell’evitare gli sprechi hanno evitato una soluzione tanto drastica quanto rischiosa per l’ordine pubblico. In questo modo il limite imposto non è andato al di sotto dei 50 litri pro capite, corrispondenti, in ogni caso, alla quantità di acqua necessaria ad una doccia della durata di otto minuti. Il pericolo in realtà non è scampato poiché il Day Zero è stato solo rimandato, secondo le fonti ufficiali, al 2019, ed è questo il motivo per cui le vicende del Sudafrica devono assurgere a prova tangibile delle ripercussioni dei cambiamenti climatici e a monito per la popolazione dell’intero pianeta.

Un modello da seguire per tutelare il futuro

La situazione in cui riversa il pianeta, d’altronde, è preoccupante, tenendo conto che all’innalzamento delle temperature dovute ai gas climalteranti ed alle ormai note ripercussioni quali l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento delle calotte polari, l’estinzione di diverse specie di flora e fauna e sempre più frequenti disastri naturali, si vanno ad aggiungere numerose altre problematiche relative, ad esempio, allo smaltimento dei rifiuti ed allo sversamento delle plastiche nel mare. Anche se slegati tra loro, questi ed altri fenomeni stanno lentamente modificando il nostro habitat, ovvero l’insieme delle caratteristiche fisiche ed ambientali necessarie alla sopravvivenza della nostra specie e di tutte quelle presenti sulla terra. Tuttavia la lentezza con cui queste modificazioni avvengono rendono ancor più difficile sensibilizzare i singoli individui e renderli effettivamente consapevoli del reale problema.

La lezione di Città del Capo


Considerando le difficoltà che si hanno nel prevedere le condizioni climatiche da un giorno all’altro, come si può sperare di avere risposte certe su modalità e tempistiche dei cambiamenti climatici? Per questo, attenersi a vicende come quelle del Sudafrica è quanto mai necessario, soprattutto se si tiene conto dell’importanza rivestita dai singoli cittadini nel superamento della fase più acuta della crisi. Nel periodo di transizione da una condizione climatica ad un’altra che la Terra sta attraversando, il senso civico, l’impegno profuso e la forza di volontà dimostrata dagli abitanti della capitale sudafricana devono divenire il modello da seguire affinché si possa reprimere il problema e, qualora fosse ancora possibile, eliminarlo. La questione dei cambiamenti climatici non può più essere sottovalutata né ignorata, ed ecco perché non è più accettabile, tra le tante mancanze, che capi di Stato e multinazionali violino apertamente ed impunemente il protocollo di Kyoto od i trattati affini. Se infatti è vero che non vi sono dati certi in merito ai mutamenti climatici, è altrettanto vero che tutti gli studi sono concordi nell’affermare che in presenza di un effetto serra troppo accentuato la vita è impossibile, motivo per cui, per esempio, Venere è stato considerato un pianeta non abitabile. I possibili scenari futuri sono dunque conclamati e la speranza è che il Day Zero di Città del Capo e la pronta risposta dei suoi cittadini divengano memento indelebile per il genere umano. Perseverando nell’attuale condotta, infatti, le nostre azioni influenzeranno ineluttabilmente le sorti del pianeta, tramandando alle generazioni future un problema sempre più ampio e di difficile risoluzione.

Giuanin, dal dialogo allo spazio

La domanda circa la possibilità del dialogo umano, così come si presentava in Giuanin, fondata sulla distinzione tra due possibilità opposte, parimenti valide e tuttavia referenti di condizioni e scelte completamente diverse, non esaurisce ciò che il racconto ha da offrire.

La narrazione, infatti, non si regge unicamente sul dialogo tra il narratore e l’affascinante figura di Giuanin; le condizioni del dialogo meritano altrettanta attenzione.

Perché l’arte? Perché tra le tante comunicazioni possibili, tra le tante possibilità di relazioni umane, Giuanin è affascinato proprio dall’arte? Qual’è, quindi, a questo punto, la relazione tra follia e arte?

L’arteterapia è una pratica antica, riconosciuta ufficialmente solo di recente e ancora sottoposta a pregiudizi e scetticismi. Le strutture specialistiche sono poche e spesso la possibilità di esprimere se stessi è garantita, agli emarginati, unicamente da laboratori indipendenti, che si organizzano autonomamente sul territorio.

L’arte come riconquista dello spazio

Ciò che l’arte permette è la riconquista di uno spazio proprio, di uno spazio vivo. La reclusione cui sono condannate le persone che non accettano di piegarsi ai dettami della socialità organizzata, si era detto, non risolve affatto la loro condizione, né permette quella dialettica tra sé e l’altro che li renderebbe autonomi. Con la reclusione si elimina il problema nascondendolo.La riconquista assume un ruolo fondamentale proprio in quanto permette di riappropriarsi della realtà dalla quale si fugge. Nella misura in cui lo spazio è, in condizioni normali, regolato da una fitta rete di divieti, rapporti di potere e funzioni significanti dipendenti dalla forma sociale, ogni individuo si vede obbligato alla decisione in relazione allo spazio. Non vi sono alternative alla scelta: vivere in uno spazio già regolamentato, secondo modalità personali, oppure essere esclusi, relegati ai margini della società, sbattuti in una cella di cui si smarriscono le chiavi.

La pratica artistica come punto di fuga

L’arte si inserisce, a questo punto, in quanto punto di fuga: nella misura in cui l’arte permette di esprimere, tra le tante cose, anche e sopratutto la propria relazione con lo spazio, viene meno l’attrito tra spazio obiettivo e spazio soggettivo. Le tensioni che altrimenti dilaniano la persona, tra una dimensione oggettiva che non si sente come propria e se stessi, si realizzano dialetticamente con la produzione artistica, attraverso l’intreccio di linee e colori, la composizione di suoni o di forme a partire dalla materia.

La pratica artistica, a prescindere dal gusto soggettivo, rientra nel socialmente tollerabile in virtù dell’universalità delle tensioni in essa espressa, che non sono proprie unicamente del folle, ma costituiscono l’individualità di ognuno. Essa permette una ulteriore mediazione tra sé e il mondo, permette all’emarginato di appropriarsi di un proprio spazio attraverso la sua rielaborazione estetica.

In tal modo Giuanin riesce ad aprire le porte di Collegno; in tal modo riesce a ritrovare l’umanità sottrattagli, e in tal modo questa possibilità diviene propria di ognuno.

L’assassinio della strada S. Rocco: tra Dumas e E.A. Poe

«Se vi è un paese dove i furti e gli assassini siano frequenti, questo è Napoli. Se vi è un paese ove i furti e gli assassini restino impuniti, è in Napoli».

Come ben sappiamo, spesso la letteratura risulta essere uno strumento, talvolta molto efficace, per l’esposizione di problematiche e la critica delle istituzioni che dovrebbero risolverle. Questo è il ruolo riservato ad un racconto presente nell’appendice del giornale «L’indipendente», pubblicato nel 1861 a Napoli. Leggendo la prefazione del racconto «L’assassinio della strada San Rocco», presente nell’appendice di questo giornale, Alexandre Dumas ci colpisce immediatamente con due frasi dirette e fortemente critiche rispetto alle blande contromisure che le istituzioni dell’epoca effettuavano per placare la criminalità. Infatti l’accusa principale che Dumas rivolgeva alla polizia è quella di collusione con l’attività criminale o, usando le sue parole, di «associazione segreta fra gli uomini di polizia e gli uomini di rapina». Lo scrittore francese delinea i motivi per il quale le forze di polizia dell’epoca erano così poco efficienti. Affermò di vedere in loro una totale mancanza di amor di stato e, di conseguenza, di aver fatto della polizia un mestiere piuttosto che un’arte. Per questo motivo volse le sue critiche ai criteri di assegnazione del ruolo di prefetto di polizia; criteri che, secondo Dumas, comportarono l’assegnazione di questa posizione a persone a cui mancano le competenze basilari per effettuare al meglio un lavoro del genere: le «facoltà analitiche». Il racconto che segue questa prefazione è stato utile a Dumas per delineare precisamente cosa intendesse per facoltà analitiche e, in generale, per descrivere il comportamento e la personalità che un prefetto dovrebbe avere.

Il racconto

Questo racconto è caratterizzato da un duplice mistero: quello proprio della narrazione e quello della quasi totale assonanza con l’opera di Edgar Allan Poe. Per quanto riguarda il primo, tutto ha inizio quando la quiete di una tranquilla strada di Parigi, San Rocco, viene interrotta da un susseguirsi di urla provenienti dal secondo piano della casa numero sette. I vicini, accompagnati da due sergenti della città, una volta entrati nell’abitazione trovano dinanzi a loro uno scenario agghiacciante e fuori da ogni logica: un duplice assassino. Le vittime sono la signora l’Espanaye e sua figlia, madamigella Camilla l’Espanaye. Sia il movente che la dinamica del duplice omicidio sono assolutamente oscuri sia agli occhi dei primi testimoni della scena del crimine che alle forze dell’ordine. Sembra un caso irrisolvibile, tuttavia le indagini continuano. Dopo la descrizione minuziosa della stanza dove sarebbe avvenuto l’assassinio e degli interrogatori dei vicini, ecco sopraggiungere la figura fondamentale per mettere luce sul dramma di San Rocco: un certo Edgardo Poe. Egli è il prototipo del «detective» moderno: un uomo sveglio, dalla grande capacità deduttiva, con un’innata capacità di utilizzare la logica per risolvere i vari enigmi che ama affrontare. La sua, però, è una logica fuori dagli schemi, capace di dedurre soluzioni, almeno inizialmente, totalmente impensabili. A questo punto, la strada delineata da Edgardo Poe, figlia di una logica elastica, sembra essere l’unica in grado di trovare una soluzione a questo macabro enigma.

Il mistero avvolto dal mistero: Dumas o Poe?

Appare evidente che questo racconto sia oltremodo simile a «I delitti della Rue Morgue» di Edgar Allan Poe, considerato il capostipite del genere poliziesco. Edgardo Poe, protagonista del racconto di Dumas, è, infatti, il riflesso di Auguste Dupin, prefetto di Parigi, protagonista del racconto di Poe in esame, ma anche di altri suoi racconti. Inoltre un’altra stranezza riguarda il nome del medico che effettua l’autopsia ai corpi delle due vittime: nel racconto dello scrittore francese si chiama Dupin, mentre in quello di Poe si chiama proprio Dumas. Poco prima di iniziare a narrare il racconto, il direttore de «L’indipendente» narra il suo incontro con un certo Edgardo Poe, suo ospite a Parigi nel 1832, dando il via ad una serie di interrogativi che ancora oggi non hanno trovato una risposta esaustiva e definitiva. Infatti, per mancanza di fonti, risulta impossibile stabilire se i due effettivamente si incontrarono a Parigi o meno; se «L’assassinio della strada San Rocco» sia un plagio o qualcos’altro. L’unica cosa che si può stabilire è l’intenzione che spinse Dumas a pubblicare questo racconto: il voler offrire al Prefetto di Napoli, a cui è dedicata la prefazione, il prototipo del poliziotto perfetto e magari un modello da seguire per svolgere meglio il suo lavoro. L’ambizione di Dumas, dunque, fu quella di offrire una soluzione, attraverso un racconto, volta a risolvere i problemi di criminalità che assalivano la città di Napoli nell’Ottocento, utilizzando la letteratura per aprire gli occhi alle istituzioni riguardo alle qualità che il ruolo di un poliziotto richiede per salvaguardare la città in cui viveva.