“LUI È TORNATO”: LA DOMANDA CHE LA CRITICA NON HA POSTO SUL FILM DI DAVID WNENDT

lui è tornato il film

Lui è tornato, diretto da David Wnendt, è la rielaborazione cinematografica dell’omonimo libro di Timur Vermes. Qual è la vera domanda che l’opera pone al pubblico?

Lui è tornato, film del 2015 diretto da David Wnendt (nel 2016 nelle sale italiane) rappresenta il magistrale tentativo di sottrarre la pellicola politica alla dittatura della drammaticità e del sentimentalismo. David Wnendt coglie a pieno l’anima dell’omonimo romanzo di Timur Vermes. Al di là della superficiale domanda circa la possibilità di un Hitler 2.0 nel nuovo millennio, resa inutile dalla pellicola stessa, tematiche ben più pungenti e sottili si celano nei minuziosi dettagli che scandiscono la vicenda.

Lui è tornato, il film: la domanda che la critica non ha posto

Quanto segue al risveglio del dittatore nazista nella periferia di Berlino del 2014, a metà tra il comico, il drammatico e il documentario, ha attirato immediatamente su di sé l’orda mediatica. Inscenare il ritorno di Hitler ha fatto scalpore per i motivi sbagliati e l’interesse mediatico è infine svanito proprio laddove, in realtà, di esso ci sarebbe stato maggior bisogno.

Il fantasma del dittatore, la cui denigrazione e ridicolizzazione si è da tempo capovolta in reazione mitopoietica, ha fornito agli agenti dell’informazione globale il pretesto perfetto per svincolarsi dall’esigenza di una critica ben costruita.

Non sarebbe affatto difficile constatare l’insufficienza delle analisi di cui la pellicola è stata oggetto: dai blog cinefili ai canali ufficiali di informazione, tutti concordano con il conferire a Lui è tornato una peculiare rilevanza, eppure ciò che nella pellicola voleva giungere ad espressione è stato in tal modo costretto al silenzio.

Ad esempio, da La Repubblica di T. Mastrobuoni, l’intera attenzione del film è stata esaurita nelle minuzie polemiche della ricezione tedesca della pellicola. Così la domanda retorica a chiusura dei confusi periodi dell’articolo «ma un film deve essere “per” qualcuno?», lascia il lettore nella stessa condizione antecedente alla lettura, ossia privo di risposta. Possibile che un libro e il suo adattamento cinematografico si possano riassumere in un interrogativo deducibile dalla sola anteprima?

La domanda posta dalla critica come tema dell’opera è resa, infatti, insensata dall’opera stessa: se Lui è tornato mette in scena la riconquista del favore popolare di Hitler nel nuovo millennio, non ha senso chiedersi se la possibilità del ritorno hitleriano è ammissibile. La risposta è chiaramente affermativa. È la trama stessa del film a rispondere e, in altre parole, non è stata posta la domanda appropriata.

L’Hitler 2.0 e l’apatia politica

È nei dettagli che andrebbe cercato il vero tema: la pellicola genera, infatti, due importanti interrogativi: perché il dittatore, chiuso in un chiosco e impegnato nella lettura di innumerevoli quotidiani, giunge alla conclusione che «l’unico barlume è dato da uno strano partito che si chiama I Verdi (Die Grünen)? E ancora, cosa intende Hitler quando afferma «c’è una rabbia silenziosa nella popolazione, un’insoddisfazione generale che mi ricorda il 1930, solo che all’epoca non c’era ancora questa dicitura a definirla: “apatia politica”»?

Ecco la vera questione di base: quale sono i presupposti, gli strumenti e le condizioni per la possibilità di una neo dittatura oggi? Intorno a questo interrogativo ruota l’intera opera, proponendo un percorso analitico degli elementi costitutivi del contemporaneo consenso popolare e, conseguentemente, del dominio degli instabili umori dell’opinione pubblica.
Perché I Verdi, partito ambientalista di centro sinistra, aperto sostenitore dei diritti sociali e civili, viene accolto con simpatia dal dittatore nazista? Sono temi dinanzi ai quali non possiamo essere insensibili! La particolare condizione chiamata «apatia politica», difatti, descrive molto approssimativamente l’atteggiamento generale nei confronti della politica.

A fronte di un numero di azioni di governo effettive che a malapena supera la dozzina, vi è una quotidiana affluenza di informazioni completamente prive di contenuto, eppure politicizzate.

È lapalissiano che il significato politico di un selfie in compagnia di un arancino sia di tutt’altra natura rispetto a un provvedimento di politica interna o estera, cionondimeno esso ottiene pari, se non maggiore, rilevanza.

L’apatia politica rientra, in questo contesto, come una peculiare forma di autodifesa. Di apatico in senso stretto essa ha assai poco nella misura in cui, per lo più, è costituita da una forte struttura di pregiudizi, ben concatenati e saldati all’ultima versione del medesimo fatto. Se ne ha una cristallina dimostrazione nella serie di reazioni del pubblico al sempre-uguale articolo ipocritamente scandalizzato circa la mala condotta di questo o quell’altro ministro.

Entro la peculiare dimensione delineata dall’apatia politica, si riscontra quel fenomeno della completa perdita di significato a cui accenna Lettera al Ministro degli Interni (Bagarì Ed., febbraio 2019), il quale individua, alla base degli attuali processi degenerativi del corpo sociale, la progressiva alienazione dei significati. La perdita di significato è tale che qualsiasi statistica risultante da questo secondo livello della vita politica, tra l’altro l’unico sul quale si effettuino analisi statistiche, spesso assuma valori completamente indipendenti dal loro scopo: non uno strumento informativo, quanto, piuttosto, il modo più immediato e gratuito per fornire ad anime poco raccomandabili le informazioni per pilotare l’opinione pubblica. Ad ogni modo, l’importanza che Hitler riconosce all’apatia politica risiede nel fatto che l’intero apparato di pregiudizi di cui essa è costituita possono venir facilmente sfruttati. In mancanza di un solido discorso politico, infatti, ciò che surroga la razionalità del discorso, definitivamente compromessa dalla schizofrenia del processo informativo, è il solo valore retorico.

La capacità di conferire apparente sicurezza agli uditori, attraverso una immediata conferma dell’intero apparato di pregiudizi, su cui essi fondano parte della vita sociale, è sufficiente a creare quel legame tra la folla e il retore che tanto è stato oggetto di interpretazioni (Arendt, Neumann, per citarne alcuni).

Se nel primo quarto del Novecento la medesima confusione era in parte riconducibile ad una pluralità di fattori (crisi economica devastante, politica impotente e fiera identità nazionale di base), non è affatto difficile, ora, riconoscere un primo responsabile nello sfacelo dei mezzi di comunicazione, troppo impegnati a “offrire il deretano” a questo o quell’altro offerente per occuparsi di ciò che effettivamente dovrebbero fare.

Il problema “verde”

Per quanto riguarda la simpatia del dittatore per il partito Die Grünen, il discorso si complica ulteriormente. Con l’emancipazione del discorso politico dal proprio fondamento ideologico, in seguito al crollo del blocco sovietico, difatti, è divenuto paradossale tentare di fondare qualsiasi proposta o programma su un sistema valoriale ben preciso. Infatti, laddove ai cittadini viene presentata una particolare proposta che si dica diversa rispetto alla prassi corrente, che annunci di ambire a valori differenti, essa resta fondamentalmente astratta. Privo di un referente reale, infatti, tale discorso si presterà ben volentieri ad accompagnarsi ad una prassi che ne rispetti solo in apparenza gli assunti. Indipendentemente da quella che è l’attività del partito tedesco, infatti, l’interesse che Hitler mostra per loro è integralmente fondata sul pericolo della deriva populista cui è soggetto qualsiasi movimento che abbia come proprio punto di forza il proporre ideali e valori diversi.

Tutto ciò che è astratto è massimamente seducente ma, al contempo, privo di confronto con il reale e con le sue dinamiche, quindi di concretezza.

In conclusione: Lui è tornato è solo un film?

Risulta ora chiaro come il bagaglio critico di un’opera non si lasci affatto carpire da operazioni semplicistiche e strumentali: laddove il critico desidera, infatti, unicamente riempire dello spazio con una certa quantità di caratteri, l’intera opera resterà muta, pronta ad essere consegnata alla storia come un semplice evento puntuale.

Al contrario, l’ascolto di un’opera risulta essere il primo e fondamentale punto per riuscire a decifrarne il contenuto, ascoltare ciò che essa ha da dire. Di opere come Lui è tornato di David Wnendt ne esistono a migliaia, tutte testimoni di un’epoca che necessita di spazi espressivi, costretta a lottare strenuamente proprio contro coloro che amministrano e organizzano tali spazi.

Lettore che sei giunto fino a questo punto, ti renderai immediatamente conto dell’essenza dell’operazione qui presentata: mettersi in ascolto di un’opera è dar voce alla rete di connessioni che la stessa instaura col presente e che ne costituisce la peculiare esistenza.