CHE HO STUDIATO A FARE? #1

che ho studiato a fare

La precarietà è spesso ritenuta uno degli aspetti più intrinsecamente caratteristici del nostro tempo. Essa pare affliggere – almeno in Italia dove, tutto sommato, il rischio di perdere la vita all’improvviso è quanto meno contenuto – principalmente la sfera affettiva, con amicizie e relazioni considerate sempre più volatili, e quella lavorativa.

La difficoltà nel trovare un lavoro stabile e mantenerlo nel tempo è resa ancor più gravosa, specialmente negli under 30, dalla consapevolezza che difficilmente tale impiego costituirà il naturale sbocco del proprio percorso di studi.

Usciti dalle aule dell’università, carichi di aspettative, i giovani laureati si trovano spesso spauriti dinanzi a un mondo del lavoro che pare non aprir loro alcuno spiraglio.

«Ma quindi cosa ho studiato a fare?».

Questa domanda tormenta le loro giornate, accompagnata dalla certezza di aver sprecato i propri anni migliori. Tale convinzione non appare però totalmente supportata dai fatti. La XX Indagine AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei laureati (sia triennali che magistrali), presentata all’Università di Torino l’11 giugno 2018, ad esempio, riporta come circa l’80% di coloro che, entro cinque anni dal conseguimento del titolo, sono riusciti a trovare un impiego, riconosca alle conoscenze maturate nel corso della propria laurea un’importanza medio/alta nel raggiungimento della propria posizione attuale.

Tralasciando la necessità di un’analisi più approfondita, che farebbe emergere alcune discrepanze interne a tale dato (specialmente tra il tasso di occupazione dei laureati al Nord e di quelli al Sud), evidenziate peraltro dalla stessa indagine, a colpire è quanto netta sia l’opposizione tra i pensieri di chi “ce l’ha fatta” e quelli di chi “ancora deve farcela”. Tale difformità ha, però, a mio avviso, una spiegazione, la cui plausibilità trova riscontro nella – sicuramente limitata e non statisticamente rilevante – mia esperienza personale di laureato in storia e in quella della maggioranza dei miei colleghi.

Lo studio della storia è sovente considerato un’attività eminentemente superflua, anche più di quello, troppo spesso bistrattato, della filosofia, . Nonostante testi come La seconda inattuale – Sull’utilità e il danno della storia per la vita, del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, e Apologia della Storia o Mestiere di storico, del grande storico francese Marc Bloch, abbiano ampiamente dimostrato il contrario, tale opinione non soltanto permane ma si arricchisce di nuovi corollari.

L’inutilità della storia, infatti, si estenderebbe anche al mercato del lavoro. Verrebbe quindi da chiedersi se il mondo ha, in fondo, ancora bisogno di storici.

Sorprendentemente la risposta, anche prescindendo da considerazioni puramente intellettuali, non può che essere affermativa. Oltre che nell’insegnamento della propria disciplina, infatti, i laureati in storia hanno tutte le competenze necessarie per poter ambire a posizioni di responsabilità all’interno dell’Amministrazione dei Beni Culturali, dalla gestione dei musei alla salvaguardia dell’immenso patrimonio archeologico nazionale, per eccellere nella ricerca, anche presso in ambiti privati (come nel caso dei dottorati con borsa industriale), e per farsi valere nel campo della divulgazione.

Nonostante l’ottima base però, ci sono due mancanze che, al termine della formazione universitaria, rendono difficile l’immediato ottenimento di una posizione lavorativa. La prima è la totale assenza di una preparazione all’immissione nel mondo del lavoro: i laureati vengono, infatti, completamente abbandonati a se stessi, forti di una ineccepibile preparazione teorica ma privi di qualsivoglia indicazione pratica -fosse anche una minima infarinatura sul funzionamento economico/amministrativo degli enti che potrebbero avere bisogno del loro contributo.

In secondo luogo, per accedere alle posizioni poc’anzi nominate, sono necessarie ulteriori competenze, non adeguatamente inquadrate nel percorso di studi universitario. La conoscenza dell’inglese, ad esempio, divenuta ormai indispensabile in qualsiasi impiego all’interno del settore turistico – ma anche nel mondo della ricerca, i cui risultati vengono spesso diffusi in tale lingua – , non viene in alcun modo accresciuta dall’università, così come quella delle quasi altrettanto fondamentali conoscenze dei sistemi informatici o dei criteri alla base della stesura di un paper.

Lo studio svolto all’università, lungi dall’essere una perdita di tempo, risulta però incompleto e necessita di una successiva integrazione per poter dare i propri frutti.

Lo studente, dunque, per non farsi cogliere impreparato, è chiamato a informarsi personalmente, prima della laurea, dell’infinita pletora di prerequisiti necessari a svolgere la professione per cui ha studiato, evitando in tal modo di venir poi bollato come “fannullone” o “bamboccione”. Una responsabilità che, nel migliore dei mondi possibili, non dovrebbe spettare a lui, bensì alle istituzioni a cui la sua formazione è affidata. 

Queste considerazioni non esauriscono comunque le molteplici riflessioni attorno ad una domanda esistenziale la cui importanza non è da sottovalutare. Solo cercando di affrontarla da più punti di vista, infatti, sarà possibile riuscire a fornirle una risposta realmente soddisfacente.