Dove sono i matti (dopo la Legge Basaglia)?

Nel 1975 un gruppo di pazienti dell’ospedale psichiatrico di Trieste, grazie ad un’iniziativa
promossa da Franco Basaglia, effettuò un volo in aeroplano sulla città, ripreso dalle telecamere del
regista Silvano Agosti. Come recitano i titoli di testa del docu-film, quello era uno dei tanti modi
per uscire dal manicomio. Ma cosa ha significato davvero la chiusura degli ospedali psichiatrici?
Cosa è cambiato dopo la Legge Basaglia nella vita di chi soffre di un disturbo mentale? E in che
modo è mutata in questi ultimi quarant’anni l’idea stessa che l’opinione pubblica ha del “matto”? A
queste domande, noi di Bagarì Edizioni proviamo a rispondere parlandone con la Dottoressa
Annapaola Mazza, tecnico della riabilitazione psichiatrica. Intervista a cura di Emanuela Graziano.

Dentro i manicomi ci sono sempre state due cose: l’orrore e gli esseri umani. Questa è la
considerazione espressa da una delle più strette collaboratrici di Basaglia, intervistata dalle
telecamere di Agosti. Cosa comportava la situazione legislativa prima dell’approvazione della
Legge 180?

Dott.ssa Annapaola Mazza: Se risaliamo alle prime legislazioni in materia psichiatrica notiamo che
esse si basavano sull’idea, preconcetta, che fosse infondata l’ambizione di curare la malattia
mentale, di conseguenza ci si limitava alla reclusione del soggetto. Ne è dimostrazione la legge del
14 Febbraio 1904 che recita più o meno così: «debbono essere custodite e curate nei manicomi le
persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli
altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite
e curate fuorché nei manicomi.» In quella fase storica, le procedure, una di tipo ordinario e una di
tipo straordinario, erano affidate alle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza. Gi internati
venivano addirittura iscritti al Casellario Giudiziario!

È in questo clima tendente all’emarginazione del diverso che lo psichiatra Franco Basaglia
concepisce un tipo di riabilitazione inclusiva e non prettamente farmacologica. Nel 1978 viene
approvata la Legge 180 di riforma psichiatrica che apre finalmente le porte dei manicomi. È
riuscita almeno in parte ad avvicinare – non solo fisicamente – il malato agli altri membri
della sua comunità?

Dott.ssa Annapaola Mazza: Con la Legge Basaglia si assiste ad un’avanguardistica e coraggiosa
revisione culturale e tecnica del concetto di “follia” abbinata ad un’applicazione pratica di
trattamenti atti alla cura e alla riabilitazione di persone affette da disturbo psichico al di fuori del
manicomio. Un punto importante, da segnalare in modo particolare come innovativo e pioneristico
della legge è quello di sfidare il pregiudizio culturale circa la patologia psichiatrica e di
promuovere una nuova immagine sociale della persona colta da disturbi psichici. A livello
culturale penso si sia passati attraverso una maggiore sensibilizzazione che ha portato la
popolazione a vedere il paziente psichiatrico non più come “pericoloso per sé e per gli altri” ma
addirittura come foriero di opportunità.

Tra gli immediati effetti della Legge 180 c’è, quindi, la chiusura dei manicomi come centri di
“reclusione medicalizzante” del paziente e, di conseguenza, il suo ingresso in società. Come è
stato accolto? Il livello di sensibilizzazione raggiunta, secondo lei, è sufficiente?


Dott.ssa Annapaola Mazza: A mio parere è avvenuto solo in parte e solo per alcune situazioni: si
pensi, ad esempio, al fatto che la parola “schizofrenia” ancora suscita timore ed ancora implica
connotazioni prettamente negative, nel linguaggio comune; d’altra parte negli ultimi anni si è
andata affermandosi nella cultura popolare la tendenza di abbinare a certe patologie, come alcune
forme di autismo o il disturbo bipolare, i tratti distinti del Genio. Nulla di realmente nuovo: è un cliché facilmente rintracciabile ripercorrendo a ritroso le tappe della nostra stessa cultura; eppure,
sarebbe erroneo non cogliere la specificità di questo fenomeno con le sue implicazioni profonde. Ai
fini del nostro discorso, sarebbe sufficiente notare quanto la diffusione di certe idee, sicuramente
banalizzanti, faccia capo ad una visione “nobilitante” della malattia che non può prescindere,
tuttavia, da una parziale “esorcizzazione” della patologia dalle connotazioni negative
tendenzialmente attribuite. Esistono infatti interventi specifici contro lo stigma volti ad in-formare
la popolazione generale, gli utenti, i familiari e, talvolta, gli operatori stessi che, fa strano, è stato
dimostrato da studi scientifici essere, in alcuni casi, importanti portatori di stigma.


La Legge scardinava dalle fondamenta dell’ordinamento giuridico, non soltanto procedure
alienanti e inefficaci, ma anche un antico retaggio culturale. Condannava finalmente i metodi
costrittivi attuati nei manicomi proponendo metodi creativi. Il progetto messo in moto da
Franco Basaglia può dirsi concluso?


Dott.ssa Annapaola Mazza: È sbagliato credere che la situazione sia del tutto rosea perché è
ancora in corso una lunga battaglia portata avanti da utenti, famiglie e operatori; siamo lontani
dall’essere arrivati ad un punto di reale comprensione, trattamento e riabilitazione, siamo dunque
ancora in piena crescita. Io parlo da operatrice ma penso si stia facendo quello che è possibile per
favorire l’apertura nei riguardi dell’Altro.