Elezioni europee 2019: cosa si cela dietro gli slogan?

La propaganda politica italiana si fonda su uno schema assai semplice: individuare i propri rivali e contrapporsi a loro. Parole e toni, pathos e ragioni sono integralmente asservite al raggiungimento dello scopo, motivo per cui è assai importante impadronirsi degli strumenti necessari a denudare i discorsi della corposa patina di trucchi che li imbellettano.

Le elezioni dei deputati per il Parlamento Europeo del 26 maggio 2019 sono particolarmente delicate: gli equilibri in gioco sono molteplici e avranno influenze enormi sulle politiche di molti tra i paesi membri maggiori.

Non solo, infatti, l’ulteriore proroga sulla Brexit inglese costringerà il Regno Unito a presentare ancora una volta i propri candidati, ma la situazione in cui si trovano il resto delle nazioni europee non è meno turbolenta:

In Francia la forte impopolarità del governo Macron da mesi si palesa con la rivolta dei “gilets jaunes” e molti partiti, in particolare il Rassemblement Nationale di Marine Le Pen, ingrassano le proprie file puntando sul malcontento;

In Spagna le elezioni del 28 aprile di quest’anno hanno visto i socialisti di Pedro Sanchez in testa (28,68%), senza però la maggioranza necessaria a governare da soli: le elezioni europee avranno sicuramente un forte impatto sulla costruzione della coalizione di governo, confermando o meno il risultato del mese precedente;

In Italia, invece, la lentezza e l’inefficienza del Movimento 5 Stelle potrebbe rivelarsi fatale per quello che, un anno fa, era il maggior partito della penisola: la decisione della Lega e dei 5 Stelle di concorrere separatamente potrebbe portare ad un tragico ribaltone degli equilibri interni al Parlamento;

In Germania la decisione di Angela Merkel, volto della politica tedesca ed europea dal 2005, di ritirarsi dalla propria candidatura alla cancelleria ha portato una ventata di incertezza: possibilità per partiti di sinistra e destra per raccogliere maggiori consensi e tentare il colpaccio;

Chi sembra, almeno secondo i sondaggi, cavalcare efficacemente l’onda di mutamenti che sta investendo l’Europa sono i movimenti della destra populista: Matteo Salvini, Viktor Orbán, Jaroslaw Kaczynski, Martine Le Pen, Geert Wilders, Heinz-Christian Strache e Jimmie Akesson si sono uniti nel gruppo “Europa delle Nazioni e della Libertà” (Enf), dato per vincente dagli ultimi sondaggi.

Come spesso accade, il successo delle destre non è integralmente dipendente dalla validità del loro programma, specialmente quando le destre in questione poggiano gran parte della loro efficacia sulla adozione del populismo più becero: una compravendita di parole dolci e seducenti più adatte alle bancarelle di una fiera che ad un discorso politico.

Parimenti non è affatto giusto recriminare ad una fantasmagorica idiozia delle folle la responsabilità dei successi dei partiti populisti: entrambe le operazioni sono troppo semplici per poter essere assunte come definitive. L’analisi che vi proponiamo segue le ricerche che Bagarì Edizioni sta conducendo sulle contraddizioni che contraddistinguono la nostra società. La pubblicazione di “Lettera al Ministro” (Bagarì Ed., febbraio 2019) è solo il primo passo dell’esposizione di un pensiero critico sulla vita sociale che solo può condurre alla fondazione di un vero cambiamento. Uno dei punti fondamentali delle riflessioni portate avanti in “Lettera al Ministro” è, infatti, la consapevolezza che il vero cambiamento nasce da un movimento complessivo, che parte tanto dal singolo quanto dalla comunità: elaborare autonomamente un proprio pensiero non è sufficiente se questo non è corrisposto da altrettante e parallele elaborazioni capaci di confrontarsi positivamente.

Per questo motivo la critica dei movimenti populisti non può in alcun modo dirsi completa senza una parallela critica della loro controparte: ciò che necessita di mutare non è la singola parte, ma l’intero.

La sinistra italiana alle europee

L’incapacità della sinistra italiana di fronteggiare e digerire lo smacco subito alle elezioni del Marzo 2018 si è palesata ormai in tutta la propria pienezza: per quanto la stampa abbia condotto, infatti, una imbarazzante politica di diffamazione nei confronti della coalizione al governo (ci riferiamo in particolare a testate giornalistiche sia di una certa rilevanza, come Repubblica, sia di rilevanza minore, come Libero), appellandosi ipocritamente al fantasma dei diritti umani, i sondaggi hanno da tempo dimostrato una reazione dell’elettorato italiano opposta agli effetti desiderati.

Parallelamente il linguaggio adottato dai partiti di sinistra e centro-sinistra in occasione delle elezioni europee del 26 maggio non è meno imbarazzante:

Il PD, con il neo segretario Nicola Zingaretti, si presenta alle europee insieme al movimento Siamo Europei di Carlo Calenda. Se vi è una parola adatta a descrivere la condotta del Partito Democratico dalle elezioni del 2013 a oggi è “imbarazzo”: la svolta spudoratamente neoliberale adottata ciecamente dal Partito Democratico ha completamente dissolto ogni residuo di politica sociale di cui si erano fregiati fino a poco fa. La loro legittimazione ora risiede interamente nell’opposizione al populismo dilagante, non dissimilmente da come, in precedenza, si presentavano come l’unica alternativa valida al Popolo della Libertà di Berlusconi. Le parole del capolista Zingaretti parlano da sole:

« Dietro questo simbolo c’è un gruppo di persone che ama l’Italia, non come quelli che non la amano ma la usano. La parola che descrive Salvini e Di Maio è opportunismo e per questo abbiamo presentato una mozione di sfiducia così vedremo se i litigi sono veri o finti. E dal giorno dopo raccoglieremo le firme per mandarli a casa »

Presentandosi con l’ennesimo programma inconcludente, troppo simile ad uno schema di marketing ben congegnato per essere anche solo lontanamente condivisibile e credibile, la coalizione di centro sinistra è tutt’altro che pronta a fare ammenda per i propri peccati e pretende che gli elettori semplicemente rimuovano dalla memoria i disastri compiuti negli ultimi cinque anni: in bocca al lupo!

Al gruppo europeo Verdi si sono aggiunti i Verdi italiani, con capolista Angelo Bonelli, e Possibile, di Giuseppe “Pippo” Civati. Cavalcando l’onda della tematica ambientale e degli slogan della branca più progressista del neoliberalismo contemporaneo, i due partiti sembrano quasi, e si ribadisce quasi, convincere se non fosse per un programma spudoratamente caleidoscopico. Leggere il programma dei partiti italiani candidatisi insieme al movimento dei Verdi europei sortisce lo stesso effetto di una barzelletta che non fa ridere: il lettore che si interessa di politica non avrà difficoltà a notare che tutte le parole che costituiscono la propaganda populista del centro destra europea vengono riprese e immediatamente capovolte. Cruciverba e politica non hanno mai trovato connubio migliore!

La Sinistra Unitaria Europea non si allontana troppo dalle critiche rivolte agli altri gruppi e conferma la loro cieca obbedienza a uno dei principi più beceri della politica berlusconiana: adottare un linguaggio offensivo per l’intelligenza umana! L’opposizione alle politiche sovraniste è appena un terzo del dovere di una vera sinistra, non il suo intero programma; così facendo i temi più scottanti, quelli che hanno causato la pendenza populista, quelli in ambito economico con proposte valide alla mano, restano ancora una volta immacolati. Ciò che gli elettori si aspettano da una sinistra vera non è l’elenco degli ipocriti principi alla base della morale piccolo-borghese, ma provvedimenti fattibili, concreti, mirati a svoltare l’attuale condizione del lavoro sociale;

Il PDE, Partito Democratico Europeo, dulcis in fundo, che a rigor di logica non dovrebbe neppur essere menzionato tra le sinistre, con la candidatura italiana del +Europa di Emma Bonino. A caratterizzare questa lista vi è l’ignavia più becera: proposte già fatte, già sentite e mai rispettate da altri ormai da anni caratterizzano un partito che, oltre alla proposta di una riforma dell’Unione Europea verso un federalismo più accentuato, non ha nulla. La domanda sorge spontanea: perché ancora? Bisogna forse dar ragione ai teorici del Gruppo Bilderberg?

In conclusione, il voto alle europee 2019 non è affatto cosa semplice: affidarsi ai programmi è ora come non mai la scelta peggiore si possa fare. Il linguaggio è lo stesso, la scelta dei vocaboli sembra essere frutto di un accordo e la arbitraria scelta di mantenere toni vaghi la dice lunga sul vero obiettivo dei politici: essere eletti!

Sovranisti e neo-liberalisti stanno giocando una partita a scacchi su chi riuscirà a far comparire il proprio volto sui giornali: la cosa fondamentale da tener conto è che il vero volto del potere europeo sarà scelto successivamente, dopo le elezioni, con le nomine successive. Nel frattempo Bagarì spera di aver aumentato la vostra indecisione e di avervi suggerito qualche strumento in più per analizzare diversamente il panorama politico europeo.