La leggenda della morte del libro

Tra le mille mode, in questi anni di transizioni e tormentoni, c’è quella di annunciare la morte delle cose. La televisione, la radio, il denaro contante …  quest’ecatombe nella quale i manifesti mortuari sono ovunque e gli epitaffi drammatici e accorati, ma i morti camminano ancora in mezzo a noi,  non ha risparmiato il libro.

Il libro è morto!

Il libro è morto.  Così dicono nei circoli più in e noi saremmo gli orfani che esso ha lasciato.
Certamente, guardando la classifica dei libri più venduti, il libro non se la passa proprio bene, ma forse, per quegli strani (e frequenti) scherzi che la logica a volte tira alla nostra mente alla pigra ricerca di risposte, noi s’inverte la causa con l’effetto, la premessa con la conclusione, il morto con l’orfano.
Perché quasi certamente i morti sono i lettori e gl’imputati dell’assassinio varî, dagli editori agli scrittori, dalla scuola ai libri stessi: a farla breve, il tessuto culturale in generale.

L’epica impresa di non interessarsi a niente

Osservate e pensate una mattina qualunque in metropolitana. Sono tutti chini su qualche touch-coso a legger di qualcosa. E ancora libri se ne vedono e il grosso sono porcherie. Sanno leggere. È la presente probabilmente la generazione più scolarizzata di sempre. È lessicalmente povera, sintatticamente atassica, culturalmente avicola, semanticamente rudimentale rispetto ai suoi nonni analfabeti, ma ha attraversato tredici anni di scuola nella stragrande maggioranza dei casi, perché in Italia la maturità non si nega a nessuno che c’abbia un po’ di buona volontà. Tredici anni, dalla prima elementare al quinto superiore, riuscendo nell’epica impresa di non interessarsi a niente. Sanno leggere, è un dato. Ma non sono lettori.

Tredici anni riuscendo a non interessarsi a niente: non si riesce in una tale impresa da soli con le proprie forze. Lasciamo stare per un attimo il problema come lo vediamo nei suoi effetti, cioè che è stata prima la televisione, poi il walkman e internet, ora lo smartphone. C’è del vero in queste ciarle da vecchie in fila alla posta, ma il nerbo della questione è un altro.
Il libro è un mezzo per veicolare passioni e interessi, per coltivare curiosità e comprendere qualcosa. In questo non è stato ancora sostituito e difficilmente lo sarà mai.

Un universo che andrebbe educato

Anche i ragazzi che s’alienano col touch-coso hanno interessi dei più eterogenei e i gusti più impensabili, un universo che andrebbe educato alla maniera dei grandi educatori, e son stati lasciati soli nelle mani di una banda di nerd di Palo Alto che hanno capito come manipolarli usando i loro interessi più bassi e le loro emozioni più rudimentali – lasciate perdere il loro linguaggio arguto tipo Scrubs, non sono così svegli e brillanti come sembrano.
Cosa offre l’editoria a costoro? Pif, Gramellini, Tamaro, Feltri Vittorio  (basta infierire sul povero Fabio Volo!) … ciascuno di questi coccola con più o meno stile il lettore sulla via sempreverde del luogo comune, dei codici che piacciono all’una o all’altra delle pseudofazioni in cui si divide la nazione. Il libro come oggetto gastronomico e deperibile l’hanno inventato loro e il loro capitalismo rapace, non i lettori. Il lettore tonto che si beve un paio di gialli svedesi all’anno, dal canto suo, nemmeno s’è inventato da solo, l’ha inventato un potere che non poteva permettere che un Pasolini girasse per le scuole come un Garibaldi qualsiasi.

Cambiare i libri per resuscitare i lettori

È ovvio che i libri continueranno a vivere. Bisognerà resuscitare i lettori, e per farlo bisognerà che i libri si facciano con umiltà, col desiderio di aiutare a comprendere ed abitare la realtà presente. Solo i pochi lettori sopravvissuti potranno scrivere tali libri, che invece di starsene lì spocchiosi sullo scaffale, sappiano catapultarsi nelle periferie, in mezzo ai poveri (in tasca, spirito e simboli). Bisognerà fare libri lasciando molte pagine in bianco, affinché ogni piccolo resuscitato lettore se ne faccia un po’ autore, partecipando della scrittura, discutendo una discussione che lasci il segno intorno e dentro le idee che i libri li animano. Non è chissà che, ragazzi. Solo la sfida di una vita.

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