La strada verso l’altro comincia dentro sé stessi

Disegno di Nadia Fedele

Il linguaggio dell’odio è tornato alla ribalta, e con esso la netta distinzione tra l’io e il tu, tra noi e loro. Se la lezione di Jonathan Swift è già sfumata, compito della cultura oggi è di trovare forme nuove per raccontare la convivenza con l’altro. In che modo lo sta facendo?

New York, anni 60. Un bianco e un nero si mettono in marcia verso il profondo Sud, armati di un’anomala guida turistica dalla copertina verde: la Green Book. Il libretto (che non è frutto dell’immaginazione degli sceneggiatori, ma un reperto storico della nostra contemporaneità) servirà a rintracciare gli hotel aperti ai viaggiatori di colore lungo la strada. Tony Lip e Don Shirley sono i protagonisti di un film di Peter Farrelly del 2018 ma anche due uomini realmente esistiti. La vittoria agli Oscar ha scatenato polemiche all’interno della comunità afroamericana, e anche in Italia non è stato accolto positivamente all’unanimità (una recensione di Wired lo definiva “il film più razzista di tutti“). Sono critiche meritate o sono il frutto di un abbaglio politically incorrect?

Giù nelle viscere del Paese

In circa due ore e mezza lo spettatore è trascinato in una lenta discesa verso gli Inferi, dove i diavoli sono uomini in carne ed ossa (una carne più spesso bianca e privilegiata), pronti a divorare le minoranze, laddove la legge lo concede ancora. Il viaggio è occasione di scambio e convivenza, ma al principio soprattutto di scontro.

L’italoamericano di seconda generazione, padre di famiglia e buttafuori nei nightclub, al servizio del colto e raffinato pianista di colore. Non ci interessa qui giudicare secondo parametri tecnici il film, né tantomeno chiederci quali dinamiche manovrino la scelta dei vincitori agli Oscar. La pellicola, secondo me, pone in luce una questione molto valida (seppure coi toni della commedia, a tratti servendosi di escamotage un po’ banali): il problema del razzismo ha a che fare con l’identità.

L’uomo allo specchio

«La xenofobia […] è la malattia di gente spaventata, afflitta da complessi di inferiorità e dal timore di vedersi riflessa nello specchio della cultura altrui»: è la lezione che il giornalista polacco Ryszard Kapuściński ricava da Erodoto. Chi sei tu, così diverso da me? E chi sono io? Queste le domande poste da Don Shirley in una scena ricca di pathos. Il colto pianista di colore si rende conto di non potersi collocare all’interno delle griglie razziste fabbricate dalla società. I suoi interrogativi urlati sul volto del compagno di viaggio sono un grido disperato d’aiuto. Non abbastanza bianco, mai abbastanza nero. Non si tratta più di prime impressioni, di questioni di pelle, la strada verso la conoscenza di sé (e dell’altro) conduce due uomini comuni a porsi dilemmi esistenziali.

Quello che i tipi di Wired non hanno colto è che non ci viene presentato un modello ideale di accoglienza, ma un caso particolare di superamento delle distanze – dove inevitabilmente rientrano tutti i difetti tipici delle storie tratte dalla realtà. In effetti non so se Green Book è il film più razzista di tutti, ma è sicuramente un film in cui tutti sono razzisti. Ogni personaggio compie un disvelamento progressivo dei pregiudizi sull’altro, che offuscano la comunicazione e impongono una riflessione. Tony e Don devono attraversare insieme il baratro per scoprire nel compagno di viaggio i propri limiti.

All’ombra di Babele

L’abisso degli Stati centrali, recidivi allo schiavismo – quantomeno culturale – risucchia i due protagonisti. Kapuściński nella stessa infernale maniera aveva immaginato l’universo eterogeneo della comunicazione umana: «Ho sempre visto il mondo come una grande torre di Babele. Ma una torre dove Dio ha mescolato non solo le lingue, ma anche culture e costumi, passioni e interessi, facendo del suo abitante una creatura ambivalente, comprendente in sé l’io e il non io, sé stesso e l’altro, il simile e l’estraneo». Come un progetto da farsi, in tensione verso il suo simile e opposto, pezzi di mosaico a servizio di un’immagine comune.

Che fare? Metterci in viaggio. Raggiungere il confine della nostra tolleranza. Potremmo scoprirci più piccoli dei lillipuziani. Più forti dei giganti. Più saggi di chi è rimasto a casa, solo e incompleto con sé stesso. Accogliendo sempre i macigni di provocazioni solo per il gusto di scoprire che sono fatti di polvere.