L’infinito sfocato: chi legge Leopardi?

Il 2019 è cominciato da pochi giorni gentilmente offerto dalle più svariate previsioni astrologiche e da individuali buoni propositi irrealizzabili. Questo in particolare si apre però con un’inedita e condivisa attenzione per un anniversario letterario. Nel 1819 Giacomo Leopardi metteva insieme, forse senza saperlo, il componimento italiano più letto, studiato, e ricordato dagli italiani: L’infinito.

A duecento anni dall’avvenimento, internet esplode di articoli commemorativi che puzzano di retorica ed elogio funebre; gli insegnanti scolastici colgono l’occasione per sottolineare l’abusata “attualità” dell’inquietudine leopardiana, la necessità di impararne i versi a memoria, il professore pop Alessandro d’Avenia azzarda l’aggiunta di un indispensabile consiglio: non vanno soltanto imparati a memoria, ma anche interpretati!

Se provassimo per gioco a cancellare da tutti questi fantastici interventi il nome del poeta e ogni riferimento preciso alla sua persona, a Recanati, al monte Tabor, a L’infinito, potremmo sfruttarli per il centenario della pubblicazione di Ossi di Seppia (spoiler: manca poco!) o della prima messa in scena di Sei personaggi in cerca d’autore (manca ancora meno!) tanto generiche appaiono le affermazioni regalateci dalla comunità del web. Vi raccomando comunque anch’io di memorizzare tutto ciò che potete, nel caso in cui le tragiche utopie di Bradbury si realizzino mai.

Il presente dell’Infinito

La banalità della questione, lo so, è lampante, ma non mi ero accorta di quanto in realtà nascondesse un risvolto triste fin quando non mi sono imbattuta in un intervento alla radio, ascoltando distrattamente il programma “Pinocchio” condotto da La Pina e Valentina Ricci. Quest’ultima, riportando la notizia del centenario, improvvisa la lettura della poesia. Non mi ha sconvolto l’intonazione sbagliata, data da un’enfasi forse più idonea all’enunciazione dei finalisti del Grande Fratello Vip, ma un’affermazione condivisa da entrambe le speaker. Come previsto dalla lettura troppo gioiosa e concitata, Valentina Ricci confessa di non aver capito il testo, e La Pina concorda. Messa da parte la dose di irriverenza e goliardia che un programma radiofonico del genere ammette e, forse, richiede pure, la suddetta dichiarazione avrà avuto la sua percentuale di veridicità, e quindi è questa l’unica cosa che vale la pena chiedersi oggi: quanti leggendo il testo de L’infinito, lo comprendono? Quest’assurda domanda se ne tira dietro molte altre: se il suo significato non è inteso da un parlante nativo italiano, chi pretendiamo che lo capisca? Quale caratteristica deve possedere un testo poetico per essere compreso dall’uomo del 2019? Cosa ci aspettiamo da un testo letterario, duecento anni dopo Leopardi? A questo punto il consiglio di d’Avenia vale poco meno di niente, se non vogliamo che L’infinito faccia la stessa fine del Canto degli Italiani di Mameli.

Far sopravvivere la poesia

La memoria svolge il suo lavoro a metà se le affidiamo soltanto l’involucro dei nostri pensieri. Provare ad affidarle un messaggio dal passato, che è ciò che i grandi classici rappresentano, sembra più complesso ma in realtà è una cosa semplice e buona. Ci mette in comunicazione con un’anima lontana e ci arricchisce senza spostarci dal luogo in cui leggiamo. È quasi una magia. Come può il fascino della comunicazione poetica non istillare nell’italiano medio la curiosità e il giusto impegno per incontrarsi a metà strada con Giacomo Leopardi? Al bicentenario della creazione di una poesia tanto conosciuta quanto poco è compresa, l’invito più appropriato e purtroppo non scontato è: leggetela, leggetela fin quando l’universo di idee scaturito dall’infinitesimale piccolezza di Recanati che ha sommerso Leopardi, non sommerge anche voi. E magari in un secondo momento possiamo pensare di impararla a memoria. Magari ci riusciamo per il tricentenario.

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