Obsolescenza programmata, il prezzo del progresso?

Smartphone, tablet, console, GPS, televisione, PC, laptop. Quotidianamente ogni individuo impiega uno o più di questi dispositivi ed è, in tal modo, ripetutamente costretto a fare i conti con i malfunzionamenti o l’usura a cui, per natura, sono soggetti. Dietro questi stessi problemi, propri di ogni dispositivo tecnologico, si cela un astuto stratagemma attuato dalle aziende, figlio della cinica politica del consumismo.

Cos’è il consumismo e come nasce?

Il consumismo, inteso come orientamento sociale volto al consumo accelerato di beni e servizi, ha i natali a cavallo tra le due rivoluzioni industriali: in epoca preindustriale, infatti, l’economia era volta principalmente alla soddisfazione dei bisogni fondamentali.

Il momento preciso, però, in cui la merce comincia a non essere solo ed esclusivamente destinata al sostentamento, ma anche all’intrattenimento, è il momento in cui si assiste alla trasfigurazione del valore di scambio a scapito del valore d’uso, con la prima Esposizione Universale, tenutasi nel 1851 a Londra.

Questa prima Esposizione, dimostrazione pratica dei progressi tecnici e scientifici di tutte le Nazioni partecipanti, era stata pensata con la finalità di divertire le classi operaie attraverso la spettacolarizzazione del frutto del loro lavoro, in modo da poter divenire per loro vero e proprio momento di emancipazione.

Per la prima volta, dunque, i prodotti commerciali venivano caricati di significati ad essi estranei, fino a farli divenire addirittura simboli esistenziali, con la conseguente affermazione del consumismo come stile di vita, in cui il consumare assurge a valore, a principio.

L’Esposizione Universale diviene “luogo di pellegrinaggio al feticcio merce” (Taine, 1855).

La “cultura del monouso”

Solo a partire dal secondo dopoguerra, però, il consumismo assume il volto a tutti familiare: l’economia capitalista, infatti, per far fronte al proprio sviluppo, impone un accellerazione dei cicli di rotazione del capitale e una dilatazione delle barriere spazio-temporali, di impedimento alla circolazione istantanea di capitali.

Non si creano solo merci, ma anche bisogni, persone, ambizioni, sogni e strutture di pensiero.

La creazione di tali bisogni nella vita delle persone è stata possibile, e lo è tuttora, grazie alla pressione esercitata, sugli acquirenti, dalla pubblicità e da tutti i mezzi per la promozione massiva di prodotti commerciali.

Interessante a tal proposito la critica mossa nel 1972 dall’economista John Kenneth Galbraith nei confronti della funzione consumistica della pubblicità, capace di far prevalere i bisogni secondari alle esigenze primarie, sia individuali che sociali, in particolare nei Paesi con seri problemi di crescita economica e civile.

In questo quadro, di per sé già ricco di problematiche, si aggiunge la necessità da parte dei grandi imprenditori di generare un flusso crescente e permanente di consumatori, un’esigenza per rispondere alla quale, oltre alla produzione di bisogni, vengono sviluppate nuove strategie, tra le quali spicca l'”usa e getta”.

Inizialmente solo rasoi, poi colletti e polsini per camicie, stoviglie in plastica, gli oggetti usa e getta, a partire dal 1860, hanno pian piano conquistato tutto il mondo fino a creare una vera e propria “cultura del monouso”.

L’obsolescenza programmata e le nuove frontiere del consumismo

Muovendo da queste premesse, negli ultimi anni si è assistito, in ambito produttivo, all’elaborazione di una particolare strategia, l’obsolescenza programmata: rendere il ciclo vitale degli oggetti sempre più breve, facendo si che questi divengano rapidamente obsoleti,grazie all’introduzione di difetti o di componenti con durata prestabilita, in modo da accellerare i tempi di consumo.

I dispositivi vengono in questo modo dotati di una data di scadenza di cui il consumatore è inconsapevole.

Tutte le strategie e i fondamenti stessi del consumismo, infatti, ruotano attorno a quello che il filosofo Serge Latuche definisce “l’ennesima stortura della società della crescita”.

L’obsolescenza programmata si distingue dalle altre strategie economiche poiché abbandona la dimensione simbolica, legata al declassamento prematuro attuato dalla pubblicità, dalla moda o dalla casa produttrice, ma di un’obsolescenza materiale, volta a creare nel consumatore una reale dipendenza dai cicli di mercato a causa dei malfunzionamenti dei dispositivi in proprio possesso.

L’obsolescenza programmata, diretta erede della pratica dell’usa e getta, diviene un processo di costante ed incessante creazione di consumatori ancor prima che di oggetti.

Risulta, dunque, impossibile preservare o tutelare gli oggetti; quello che sembra solo un astuto stratagemma economico diviene uno strumento di controllo delle masse, uno strumento con cui costringere milioni di consumatori ad acquistare senza una reale motivazione, influendo direttamente sulle abitudini personali.

L’obsolescenza programmata, inoltre, pone altre problematiche: lo smaltimento dei prodotti obsoleti e dei rifiuti monouso e la costante necessità di risorse per la produzione.

L’obsolescenza programmata può essere considerata un punto di non ritorno, il momento in cui la cultura del consumismo raggiunge la sua massima espressione, rendendo la volontà del consumatore definitivamente schiava delle dinamiche economiche e relegando la libertà decisionale del singolo individuo alla sola scelta del colore del prodotto da acquistare.

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