Fascismo e comunismo in Spagna tra “verità” e memoria storica

Se qualcuno provasse a dire che l’Olocausto non è mai esistito, verrebbe -giustamente- tacciato di essere in malafede. È impossibile pensare di smentire le tante testimonianze dei superstiti di Auschwitz, così come i tanti filmati e documentari, facilmente reperibili online e puntualmente in onda su Rai Storia. Una verità lampante e incontrovertibile, giusto? Perfetto.

Eppure, resta il fatto che ci sono tragedie, olocausti in miniatura, che non “godono” dello stesso riconoscimento. Era il 2004, quando un (più) giovane Silvio Berlusconi riapre i libri di storia su un capitolo poco felice della storia italiana. Gli italiani, o almeno, quelli che non vivono nel Friuli Venezia Giulia, riscoprono la questione foibe, le fosse comuni e gli esodi di massa. Prima di allora, nella cultura popolare le poche testimonianze del dramma istriano si limitano a qualche nota di colore (nonostante la pellicola in bianco e nero) nel capolavoro “Arrangiatevi”, di Mauro Bolognini, con i magistrali Totò e Peppino. Da quel momento, poco e niente.

Il motivo è presto detto: ci sono verità scomode che contrastano fortemente con le nostre ideologie. Noi, qualsiasi sia il nostro colore politico, giallo, rosso, nero, verde, bianco, siamo meglio degli altri. Sempre. Noi non sbagliamo. Mai. E quando lo facciamo, è un problema serio. Questi, amici, sono esattamente gli stessi meccanismi antropologici di base che fanno dire a qualche carattestico -e anacronistico- giovanotto col fez che, tutto sommato, LVI ha fatto pure cose buone.

Certo, si tratta di storie diverse per ideologie diverse con diverse caratteristiche. Fatto sta, però, che quando un’ideologia diventa dittatura, le distorsioni che ne conseguono danno risultati molto simili. Propaganda, stragi di massa, omicidi di stato, censure e così via dicendo. La risposta più naturale a questo tipo di distorsione ideologica è sempre la stessa: una continua e costante polarizzazione del dissenso verso il suo esatto opposto. In linea di massima, ovviamente. È così che nascono gli -anti.

Il mondo cattolico e reazionario occidentale e antisovietico, dopo aver conosciuto la “paura rossa” in seguito alla Rivoluzione russa del 1917, il proliferare di scioperi e la continua contestazione di concetti come la proprietà privata, si oppone  alimentando la paura dello sconosciuto. “I comunisti mangiano i bambini”. Così come al comunismo si oppone l’anti-comunismo, al fascismo si oppone l’anti-fascismo. Molto spesso, la questione si semplifica così: comunismo = antifascismo; fascismo = anticomunismo. Ma, come sempre, la questione è un po’ più complessa.

Manifesto di propaganda anticomunista del ’48 – G. Guareschi
Nino Camus – “Spigolo”, 1944/1945

Senza divagare troppo, c’è una cosa che accomuna entrambe le direzioni politiche: la difficoltà di fare pace con la propria storia. Questo è particolarmente vero per i paesi che nel ‘900 hanno conosciuto le dittature fasciste come -rimanendo in Europa- Spagna, Portogallo e Italia. Il nocciolo della questione è stato abilmente esplicato dallo storico Alessandro Barbero in un video diventato virale (ovviamente, per quanto può diventare virale un video di questo tipo): la percezione della storia difficilmente può prescidere dall’esperienza più o meno diretta, dalla concezione, documentata o meno, ereditata o meno, di un fatto storico.

È una situazione di impasse da cui è molto difficile uscire. Facciamo un improvviso balzo in avanti di un secolo, e arriviamo agli anni ’20 del 2000. È notizia recentissima la risoluzione del parlamento UE che equipara, di fatto, comunismo e fascismo nella condanna storica dei totalitarismi. Anche se si tratta di una risoluzione che, al momento, non ha ricadute sul piano politico, riapre una ferita mal suturata. Mentre in paesi come l’Italia la condanna al fascismo ha assunto carattere giuridico con la legge Scelba (che condanna la “riorganizzazione del partito fascista”[1]) e carattere culturale con la rimozione (in alcuni casi mal riuscita) di ogni simbolo o scritta fascista dalle strade e dalle piazze italiane, restano a mo’ di memento mori nei paesi dell’Est che hanno conosciuto il regime comunista, nonostante, soprattutto nei paesi del Visegrad, sia diffuso un forte sentimento anticomunista.

Non si sono fatte attendere le polemiche. Insorgono i partiti europei di sinistra, soprattutto quelli che operano nei paesi che hanno conosciuto dittature di stampo fascista. Mentre in Italia l’ANPI ribatte con una nota ufficiale che sostiene che «[…] In un’unica riprovazione si accomunano oppressi ed oppressori, vittime e carnefici, invasori e liberatori, per di più ignorando lo spaventoso tributo di sangue pagato dai popoli dell’Unione Sovietica», la Spagna del socialista Sánchez risponde con la sentenza della Corte suprema che ha approvato all’unanimità l’esumazione della salma del Caudillo, finora sepolto nella Valle de los Caídos, monumento criticatissimo fatto costruire durante la dittatura per la cui costruzione sono stati adoperati detenuti politici condannati ai lavori forzati. Oltre alla polemica che gira intorno alla manodopera impiegata, si sottolinea che i 33.847 cadaveri registrati (il che significa che ce ne sono molti di più) sono stati perlopiù recuperati da fosse comuni. Ciò sottintende che nazionalisti e repubblicani cercano di riposare in un’immensa fossa comune, cosa che rende ancora più insopportabile l’ingombrante presenza di Francisco Franco. Il Caudillo cria malvas (che è un modo romantico che hanno gli spagnoli per dire che qualcuno riposa all’ombra di un cipresso… o che è diventato cibo per vermi) da quel 20 novembre 1975, ma le sue spoglie continuano ad emanare cattivo odore.

Presunti olezzi a parte, i rapporti tra la Spagna e la sua storia recente sono sempre stati difficili. È stata approvata il 31 ottobre 2007, trentadue anni dopo la fine della dittatura di Francisco Franco, la Ley de la Memoria Histórica de España, grazie alla quale “si riconoscono e si ampliano i diritti e si stabiliscono misure a favore di chi avesse patito persecuzioni o violenze durante la guerra civile e la dittatura”. La legge include il riconoscimento di tutte le vittime della guerra civile (1936-1939) e della conseguente dittatura (1939-1975), ma non prevede l’apertura delle fosse comuni (e la Spagna, in questo senso, è un enorme cimitero) in cui ancora oggi giacciono i resti di miliziani e civili vittime di rastrellamenti e rappresaglie. Il recupero e il riconoscimento delle vittime non sembra essere, tecnicamente parlando, una questione di interesse pubblico. A pensarci sono enti privati, come l’ Asociación para la Recuperación de la Memoria Histórica (ARMH) e il foro per la memoria. Il cavillo legale che ha permesso l’avvio di questo tipo di attività è l’interposizione di una denuncia per l’omicidio del poeta Federico García Lorca (1898-1936). Il reato, caduto in prescrizione in Spagna, è stato denunciato in Argentina (se siete interessati ad approfondire l’argomento e masticate un po’ di spagnolo, vedere qui). Spagnoli. Se non ci fossero bisognerebbe inventarli.

Fucilazioni di massa, rastrellamenti, omicidi illustri. In una situazione “normale”, tanto basterebbe a capire chi sono buoni e chi sono i cattivi. La Spagna del triennio ’36-’39, però, è tutto tranne che normale. Mentre la resistenza di casa nostra agiva all’interno di uno Stato unificato contro un regime già stabilizzato, la situazione iberica vedeva due Spagne, una contro l’altra, divise di fatto anche geograficamente. Questa peculiarità presenta una serie di problematiche che comporta delle specularità tra entrambe le parti in guerra: con i sostenitori dei sublevados bloccati nella parte repubblicana e i repubblicani bloccati in zona nacional, la guerra civile spagnola vissuta nelle retrovie è tutto un susseguirsi di violenze inaudite. In una prima fase della guerra, in zona repubblicana i tribunali popolari, composti da sindacalisti e gente comune, mettono in piedi processi-farsa, al termine dei quali chiunque abbia idee di destra (o sia anche solo sospettato di essere massone o di appoggiare i nazionalisti) viene messo davanti al plotone di esecuzione. Sono tanti gli espropri proletari, perlopiù violenti. Nelle zone di confine, chiunque cerchi di passare dall’altra parte viene sparato a vista.

Tutto questo viene ulteriolmente peggiorato da una grande disorganizzazione generale a tutti i livelli. Il presidente Manuel Azaña, non potendo contare sulla lealtà dell’esercito regolare, che per buona parte appoggia Franco e gli altri congiurati, decapita la gerarchia militare affidando i posti di comando a sindacalisti e civili a digiuno di ogni nozione strategica, scelta che avrà un impatto devastante sullo svolgimento della guerra. In mezzo a tutto questo marasma la repubblica consegna nelle mani di gente qualunque settantaduemila fucili.

In questo grande pastrocchio che è il triennio della seconda repubblica spagnola, bisogna aggiungere che il fronte repubblicano è diviso. Rende bene l’idea Salvador de Madariaga, che descrive il fronte rosso come “hidra revolucionaria”, il mostro a sette teste: una sindacalista, un’altra anarchica, due comuniste e tre socialiste. «[…] Le teste si mordono l’una con l’altra»

Andando avanti fino alla fine del primo anno di guerra, il governo governa sempre meno, le sette teste fanno fatica a coordinarsi, e nelle città comandano i sindacati, le sigle, i partiti. Alcuni ne approfittano per fare prove tecniche di governo. Per capirci: tra gli anarchici, che per definizione non credono nei governi, c’è chi entrerà a far parte del governo della repubblica con funzione ministeriale.

Tra governi, eserciti e popoli, manca all’appello un quarto Stato: quello della Chiesa.

Non si sa perché, ma comunisti e cattolici non sono mai andati troppo d’accordo. Prima dell’invenzione del  cattocomunismo, s’intende. “La religione è l’oppio dei popoli”, diceva qualcuno. Fatto sta che in zona repubblicana le chiese furono saccheggiate, rubati e distrutti simboli e ornamenti sacri. Secondo Antonio Montero[1] a lasciarci il colletto furono 13 vescovi, 4.184 preti, 2.365 frati e 283 monache, uccidendo il 16% del totale della popolazione religiosa spagnola. Il risultato è una forte quanto ovvia condanna da parte della Chiesa. Quando i nazionalisti conquistarono Castaño del Robledo, dalle parti di Pamplona, il vescovo, come in una specie di ex voto, decide di sostituire la classica figura del moro (dei quali, tra l’altro, i nazionalisti si servirono abbondantemente durante la guerra) sconfitto da San Giacomo (non per niente detto “matamoros”) con una statua di Lenin. Nasce San Giacomo “matarojos”.

Mentre un po’ ovunque in Spagna qualche burlone si faceva foto di carnevale vestito da prete o chierichetto, magari ubriacandosi con vino consacrato o intrattenendosi con qualche ragazza “facile” in canonica, nella Iglesia del Carmen, a Madrid, qualche buontempone col senso del buongusto mal tarato si dà all’archeologia.

A posare il fucile e ad armarsi di pale e picconi è l’anarchico José Olmeda Pacheco (CNT), che, mettendosi alla ricerca di tesori nascosti, vìola le tombe di uomini e donne di chiesa ivi sepolti. Il risultato è una mostra improvvisata all’ingresso della chiesa, dove scheletri e corpi mummificati, ancora nelle loro bare, vengono esposti. All’interno, previo pagamento di regolare biglietto d’ingresso, altri corpi messi in posizioni sessuali.

Come per altre occasioni accadde nella fazione nazionalista, anche in questa non tardò ad arrivare la condanna di tali gesti da parte del governo repubblicano e delle sigle “rosse”. Il risultato fu una condanna non solo etica e morale, ma anche giuridica. Il tribunale popolare (quindi considerabile un tribunale “amico”) accusò il signor “Olmeda Pacheco, José dei reati di uso indebito di simboli religiosi, rapina, furto e tentato omicidio […] autore responsabile di un reato di adesione, favoreggiamento alla Ribellione Militare e altri reati”. Insomma, quanto basta a liberarsi di un personaggio scomodo e ingombrante: condannato alla pena di morte “e, in caso di commutazione della pena, all’ergastolo”[3].

La pena di morte verrà annunciata sull’edizione del mattino dell’Abc di Madrid di un freddo 24 dicembre. Il giornale commenta: “nella sentenza non è espressa alcuna condanna per nessuno dei [altri] reati, per i quali l’applicazione della pena massima annulla le pene inferiori. La sentenza, per i suoi fondamenti, è un ammirevole documento giuridico e rappresenta un precedente esemplarissimo.[4]



[1] Pur essendo, nei fatti, mal applicata, dato essa dovrebbe condannare qualsiasi «[…] associazione, […] movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.» legge n. 645/1952 art. 1

[2]  Antonio Montero, Historia de la persecución religiosa en España (1936-1939),Madrid, 1961

[3] Atto completo del processo consultabile al sito pares.mcu.es/ParesBusquedas/servlets/ImageServlet?accion=41&txt_id_imagen=1&txt_rotar=0&txt_contraste=0&txt_zoom=10&appOrigen=&cabecera=N

[4] ABC di Madrid, edizione mattutina del 24/12/1936, pagg. 5-6. Liberamente consultabile online al sito http://hemeroteca.abc.es/nav/Navigate.exe/hemeroteca/madrid/abc/1936/12/24/005.html (pag.5)
http://hemeroteca.abc.es/nav/Navigate.exe/hemeroteca/madrid/abc/1936/12/24/006.html (pag.6).

Abitare la contraddizione: la polemica necessaria del Salone del libro

Pochi giorni prima dell’inizio della fiera annuale del Salone internazionale del libro di Torino si è scatenata la polemica provocata dalla partecipazione di una casa editrice legata a CasaPound. Alcuni hanno annunciato che non vi prenderanno più parte, altri hanno dichiarato di non voler retrocedere. L’assenza di chi propugna un antifascismo militante è un’occasione mancata? O far finta di nulla e partecipare è un altro passo verso l’accettazione silenziosa delle nuove estreme destre?

Vignetta di Nadia Fedele

Probabilmente se non se ne fosse parlato così tanto nessuno avrebbe mai saputo che Altaforte esiste e pubblica dei libri. Ma ormai se n’è parlato. Evento scatenante un post, rimosso poco dopo, sulla pagina personale del consulente del direttore Lagioia, Christian Raimo, che dichiarava: «l’antifascismo è militante o non è».

Il primo a manifestare il proprio dissenso e ad annunciare la propria assenza al Salone è stato il collettivo Wu Ming, che sul blog Giap ha pubblicato un articolo dal titolo “Gomito a gomito con i fascisti? Mai. Ovvero perché non andremo al Salone del libro di Torino” in cui sottolinea che la presenza di una casa editrice affiliata a Casa Pound è sgradita a tutti, organizzatori compresi, ma accettata, purché paghino come tutti gli altri. Seguiti da ZeroCalcare e Carlo Ginzburg, anche l’ANPI rifiuta di condividere lo spazio, e in questo modo accettare passivamente che l’estrema destra avanzi indisturbata in questo Paese.

Un’altra frangia di scrittori ha deciso di esprimere il proprio dissenso partecipando. Michela Murgia, prima tra tutti – autrice tra le tante cose di quel post in cui poneva in parallelo il proprio curriculum con quello ben più magro di Salvini – propone di spostare il dibattito dalle pagine dei giornali direttamente al Lingotto. La sua proposta è di «abitare la contraddizione».

Ieri, infine, il presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino e la sindaca di Torino Chiara Appendino hanno mostrato un esposto alla procura contro Francesco Polacchi, editore di Altaforte, che non si è fatto problemi a dichiararsi fascista e a commettere atti violenti per cui è tuttora indagato dalla procura di Milano.

Salone del libro sì, Salone del libro no?

È nel clima di esasperante iper-tolleranza creata dalle sinistre che le nuove destre si sono insinuate nel nome della libertà di espressione. Secondo un articolo de Il Primato Nazionale, gli intellettuali di sinistra possono permettersi di rinunciare al Salone perché hanno altri appoggi. Vien da ridere se pensate che a scriverlo è stata la rivista legata alla pubblicazione di un’intervista esclusiva al Ministro dell’interno della Repubblica italiana!

Non sappiamo ancora, a questo punto, se tra gli stand della fiera il passante curioso – stuzzicato anche dalla recente polemica – troverà anche quello di Altaforte e la loro intervista a Salvini che campeggia col busto a ¾ in copertina (quanto sono disposti ad aggiornare i propri idoli!) o se troverà, al suo posto, le più pratiche indicazioni per le toilettes. 

Secondo le ultime notizie, lo stand di Altaforte sarà semplicemente spostato in una zona marginale della fiera. Se così fosse, per il momento si chiuderebbe un caso culturale con una soluzione logistica. Ma è anche vero che il comitato direttivo di una fiera non può da solo esaurire le contraddizioni socio-culturali che negli ultimi tempi si fanno sempre più preminenti, e che per alcuni hanno il carattere dell’emergenza.

Si conclude così la parentesi mediatica che ha dato nuova vita al Salone del libro, che ha puntato i riflettori su una casa editrice altrimenti di nicchia ma che ha anche messo in luce una grande problematica italiana, ovvero: si è già rimarginata la ferita lasciataci in eredità dai padri costituenti?

La legge Scelba, scritta in un passato non troppo lontano per un futuro che si appresta ogni giorno di più, a cosa è servita se non per difenderci da chi vuole rimettere in discussione ipotesi di storia già risolte?