Documento Sud: chi ha portato l’avanguardia a Napoli

Lontani dalla vecchia e smunta immagine del golfo abitato da miseri pulcinella scanzonati, Documento Sud fu una rivista d’avanguardia non solo per il valore artistico che possedeva, ma anche per il futuro che auspicava per Napoli. Cosa resta oggi della sua missione?

Scetateve guagliune ‘e malavita. Così il primo verso di una famosa canzone di Libero Bovio – taglia in due un omino dall’intestino foglifórme frutto della mente di Guido Biasi. Ci troviamo davanti al primo numero di DOCUMENTO SUD – RASSEGNA DI ARTE E DI CULTURA DI AVANGUARDIA, edita a Napoli dal 1959 al 1961. Non a caso sulla copertina figura un uomo solo, spoglio dei suoi abiti civili, ma visto ai raggi X, grazie ad una «esplorazione intima» che mostra la sua propria “natura”: è il giardino interno dell’uomo, la potenziale primavera artistica vincolata dai costumi sociali e dalla carne.

Il Gruppo 58

I nomi dietro questa pubblicazione furono tanti e di spessore: il direttore Luca (Luigi Castellano) e poi Bruno Di Bello, Guido Biasi, Lucio del Pezzo, Mario Persico, Sergio Fergola, Mario Colucci. Membri del Gruppo 58, prosecutori del movimento nucleare fondato dal milanese Enrico Baj, avevano per corrispondenti Jacques Lacomblez da Bruxelles – direttore della rivista Edda – ed Edouard Jaguer da Parigi, promotore del movimento Phases. Il 5 giugno del ’58 sulla rivista Il Gesto – diretta da Baj fin dal 1955 – il Gruppo pubblica il suo Manifesto.

Per un’infanzia dell’arte

Il Gruppo 58 dichiara la fondazione di una nuova arte figurativa libera dall’allora preponderante tendenza metafisica, ma piuttosto di discendenza dadaista e surrealista. Auspica la nascita di una pittura antropologica, che cerca nell’uomo le sue primitive pulsioni vitali – seppellite sotto cumuli millenari di elucubrazioni intellettuali – e di una poesia attenta al presente e ai temi civili, contro quella letteratura intimistica e psicanalitica ripiegata su sé stessa di cui un pubblico necrofilo continuava a nutrirsi.

Che fine ha fatto il dibattito culturale?

Durante la mostra Gruppo58 + Baj alla galleria San Carlo viene steso le Manifeste de Naples contro il perdurare dell’astrattismo, sottoscritto – tra i tanti – da Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Emilio Villa e Stelio Maria Martini. Che ci troviamo negli anni ’60 lo capiamo bene non solo dai grandi nomi, ma anche dai toni. Oggi il dibattito culturale – se ce n’è uno – si spegne lentamente nelle assopite aule universitarie, si scontra con la mollezza degli spiriti critici di artisti e studiosi. Persiste e cresce sotto i nostri occhi ogni giorno di più, quello che definivano un «sistema critico-mercantile». Documento Sud adotta un linguaggio futurista, schietto e ironico. Valga da esempio la rubrica Invettive, in cui nel primo numero, l’architettura coeva viene definita «un aggregato di ipocrite scatole con presunzioni igienico-sociali».

Ogni finale è un nuovo inizio

Il sesto e ultimo numero si apre con una nuova chiamata alle armi. Il nemico additato è l’atarassia che lega la forza creativa nascosta tra le mani di Napoli che «con la vostra incorreggibile miopia, con la vostra incapacità di sperare e – ancor di più – con la vostra incapacità di disperare» resta un potenziale inespresso. Con questo numero, nel ’61, Documento Sud chiude i battenti. Nel 1963 si parte con Linea Sud, in cui un ruolo fondamentale avranno Castellano, Persico e Martini ma questo è un sequel della storia che non vogliamo svelarvi per intero. In ogni caso Documento Sud fu la prima rivista di avanguardia poetica e artistica del Mezzogiorno. Prima del 1959 – a Napoli – nessun editore, letterato, gallerista o filantropo aveva permesso ad artisti emergenti di dialogare con i fautori dei movimenti di spicco d’oltralpe.

Scetateve!

La commistione di elementi verbali e visuali è la cifra più interessante. Bagarì condivide la promessa civica del primo editoriale: il Gruppo 58 si impegna «affinché attraverso il nostro lavoro si possa trovare una qualche luce anche per il nostro SUD». Non è un semplice invito alla lettura, ma un fomentato invito alla rivolta. Con Avanguardia Poetica Mediterranea, Bagarì persegue quella stessa luce. Rispondere alle urgenze del proprio tempo è la missione. Il mezzo? L’arte e la poesia d’avanguardia. È una strada tutta in salita. Lo era per il Gruppo 58 e lo è ancora oggi. Ma per fortuna è ancora percorsa da qualcuno.

“Il fuoco, l’acqua e Napoli in mezzo”. Napoli e i napoletani: vizi e virtù visti con gli occhi del tedesco Ruprecht Günter.

Il fuoco, l'acqua e Napoli in mezzo

Tra i tanti luoghi comuni legati alla città di Napoli ce ne sono alcuni che, nonostante tutto, hanno una certa aderenza alla realtà, seppure nel tempo ne siano diventati una grottesca stortura. 

Senza dubbio rientra in questa categoria l’ormai diffusa immagine di Napoli che la descrive come una città che si ama e si odia allo stesso tempo, a tal punto pregna di contraddizioni da risultare quasi ossimorica. 

Come ogni luogo comune, però, anche questa definizione risulta riduttiva e superficiale ed è proprio da questo assunto che, nel tentativo di approfondire la conoscenza della città di Partenope e delle sue contraddizioni, nasce dalla penna e dall’obiettivo di Ruprecht Günther “Il fuoco, l’acqua e Napoli in mezzo” (Bagarì Edizioni, 2019)

Il fuoco, l’acqua e Napoli in mezzo” è, a tutti gli effetti, un viaggio per le strade del centro storico e di talune periferie in cui la città sul Golfo viene descritta attraverso una serie di dettagli che passano spesso in secondo piano, ma che sono più evidenti agli occhi ed alle orecchie di chi non li vive quotidianamente rispetto a chi vi è immerso sin dalla nascita. Dai rumori crepitanti dei motorini, passando per le edicole votive e le feste di quartiere, Ruprecht Günter riesce a restituire ai suoi lettori uno spaccato della Napoli più popolare con la semplice descrizione di aspetti e momenti particolari della vita dei singoli cittadini.

Proprio partendo da questi, l’autore riesce ad analizzare l’indole propria del popolo napoletano, allegoricamente rappresentata dal fuoco del vulcano che brucia sotto la pelle di ogni singolo abitante. Quello stesso fuoco che arde alimentato dal desiderio di vivere e fa sì che impegni, problemi ed obiettivi vengano spesso offuscati dalla smisurata attenzione data al presente, dalla smania irrefrenabile di godere della propria vita, privando il futuro ed il passato di qualsiasi importanza. Una brama di vivere tale da spingere l’autore ad affermare che: “L’avidità per la vita e la consapevolezza della propria transitorietà sono due facce della stessa medaglia, ecco perché vogliono tutto. All’istante.”

Ma esattamente come Napoli è divisa sin dalle sue origini tra il Vesuvio, simbolo di fertilità e precarietà, perfetta metafora di vita e morte allo stesso tempo, ed il mare, insieme simbolo di pericolo, di speranza e possibilità infinite, lo stesso accade al suo popolo, costretto dalla storia e dalle circostanze a vivere in questo continuo gioco di luci ed ombre. I racconti di Rosaria, l’amica dell’autore da cui provengono i vari aneddoti presenti nel libro, permettono di cogliere fin nel profondo questa condizione di dualismo.

Il fuoco, acqua e Napoli in mezzo” (Bagarì Edizioni) non è una semplice distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato, quanto piuttosto la descrizione di una vera e propria condizione di esistenza perennemente in bilico tra due facce della stessa realtà. Due facce che ricordano, neanche a dirlo, le due personalità di Pulcinella, personaggio della tradizione che incarna a pieno questa antinomia. Da un lato abbiamo la sua maschera, irriverente, arguta ed ironica, dall’altro il volto dietro la maschera, disilluso e sofferente per la condizione in cui è costretto e dalla quale non può liberarsi.

In questa condizione anche l’etica e la morale, in un certo senso, assumono connotazioni impensabili altrove, creando codici di comportamento validi in situazioni normalmente prive di qualsiasi forma di etica o morale.
Ruprecht Günther fa sì che dalle pagine di “Fuoco, acqua e Napoli in mezzo” emerga forte l’idea che Napoli ed i napoletani non siano di per sé contraddittori, ma che vivano piuttosto una condizione di alterità tale da ribaltare il normale ordine di valori e creare un posto in cui lo spazio ed il tempo vengono percepiti diversamente.
Un luogo unico in cui la vita è in un limbo tra l’ironia che permette di affrontarla e la sofferenza per la propria, immutabile, condizione.
Il fuoco, l’acqua e Napoli in mezzo, appunto.

Il fuoco, l’acqua e Napoli in mezzo (Bagarì Edizioni) è disponibile presso il nostro store Bagarì .

Dove sono i matti (dopo la Legge Basaglia)?

Nel 1975 un gruppo di pazienti dell’ospedale psichiatrico di Trieste, grazie ad un’iniziativa
promossa da Franco Basaglia, effettuò un volo in aeroplano sulla città, ripreso dalle telecamere del
regista Silvano Agosti. Come recitano i titoli di testa del docu-film, quello era uno dei tanti modi
per uscire dal manicomio. Ma cosa ha significato davvero la chiusura degli ospedali psichiatrici?
Cosa è cambiato dopo la Legge Basaglia nella vita di chi soffre di un disturbo mentale? E in che
modo è mutata in questi ultimi quarant’anni l’idea stessa che l’opinione pubblica ha del “matto”? A
queste domande, noi di Bagarì Edizioni proviamo a rispondere parlandone con la Dottoressa
Annapaola Mazza, tecnico della riabilitazione psichiatrica. Intervista a cura di Emanuela Graziano.

Dentro i manicomi ci sono sempre state due cose: l’orrore e gli esseri umani. Questa è la
considerazione espressa da una delle più strette collaboratrici di Basaglia, intervistata dalle
telecamere di Agosti. Cosa comportava la situazione legislativa prima dell’approvazione della
Legge 180?

Dott.ssa Annapaola Mazza: Se risaliamo alle prime legislazioni in materia psichiatrica notiamo che
esse si basavano sull’idea, preconcetta, che fosse infondata l’ambizione di curare la malattia
mentale, di conseguenza ci si limitava alla reclusione del soggetto. Ne è dimostrazione la legge del
14 Febbraio 1904 che recita più o meno così: «debbono essere custodite e curate nei manicomi le
persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli
altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite
e curate fuorché nei manicomi.» In quella fase storica, le procedure, una di tipo ordinario e una di
tipo straordinario, erano affidate alle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza. Gi internati
venivano addirittura iscritti al Casellario Giudiziario!

È in questo clima tendente all’emarginazione del diverso che lo psichiatra Franco Basaglia
concepisce un tipo di riabilitazione inclusiva e non prettamente farmacologica. Nel 1978 viene
approvata la Legge 180 di riforma psichiatrica che apre finalmente le porte dei manicomi. È
riuscita almeno in parte ad avvicinare – non solo fisicamente – il malato agli altri membri
della sua comunità?

Dott.ssa Annapaola Mazza: Con la Legge Basaglia si assiste ad un’avanguardistica e coraggiosa
revisione culturale e tecnica del concetto di “follia” abbinata ad un’applicazione pratica di
trattamenti atti alla cura e alla riabilitazione di persone affette da disturbo psichico al di fuori del
manicomio. Un punto importante, da segnalare in modo particolare come innovativo e pioneristico
della legge è quello di sfidare il pregiudizio culturale circa la patologia psichiatrica e di
promuovere una nuova immagine sociale della persona colta da disturbi psichici. A livello
culturale penso si sia passati attraverso una maggiore sensibilizzazione che ha portato la
popolazione a vedere il paziente psichiatrico non più come “pericoloso per sé e per gli altri” ma
addirittura come foriero di opportunità.

Tra gli immediati effetti della Legge 180 c’è, quindi, la chiusura dei manicomi come centri di
“reclusione medicalizzante” del paziente e, di conseguenza, il suo ingresso in società. Come è
stato accolto? Il livello di sensibilizzazione raggiunta, secondo lei, è sufficiente?


Dott.ssa Annapaola Mazza: A mio parere è avvenuto solo in parte e solo per alcune situazioni: si
pensi, ad esempio, al fatto che la parola “schizofrenia” ancora suscita timore ed ancora implica
connotazioni prettamente negative, nel linguaggio comune; d’altra parte negli ultimi anni si è
andata affermandosi nella cultura popolare la tendenza di abbinare a certe patologie, come alcune
forme di autismo o il disturbo bipolare, i tratti distinti del Genio. Nulla di realmente nuovo: è un cliché facilmente rintracciabile ripercorrendo a ritroso le tappe della nostra stessa cultura; eppure,
sarebbe erroneo non cogliere la specificità di questo fenomeno con le sue implicazioni profonde. Ai
fini del nostro discorso, sarebbe sufficiente notare quanto la diffusione di certe idee, sicuramente
banalizzanti, faccia capo ad una visione “nobilitante” della malattia che non può prescindere,
tuttavia, da una parziale “esorcizzazione” della patologia dalle connotazioni negative
tendenzialmente attribuite. Esistono infatti interventi specifici contro lo stigma volti ad in-formare
la popolazione generale, gli utenti, i familiari e, talvolta, gli operatori stessi che, fa strano, è stato
dimostrato da studi scientifici essere, in alcuni casi, importanti portatori di stigma.


La Legge scardinava dalle fondamenta dell’ordinamento giuridico, non soltanto procedure
alienanti e inefficaci, ma anche un antico retaggio culturale. Condannava finalmente i metodi
costrittivi attuati nei manicomi proponendo metodi creativi. Il progetto messo in moto da
Franco Basaglia può dirsi concluso?


Dott.ssa Annapaola Mazza: È sbagliato credere che la situazione sia del tutto rosea perché è
ancora in corso una lunga battaglia portata avanti da utenti, famiglie e operatori; siamo lontani
dall’essere arrivati ad un punto di reale comprensione, trattamento e riabilitazione, siamo dunque
ancora in piena crescita. Io parlo da operatrice ma penso si stia facendo quello che è possibile per
favorire l’apertura nei riguardi dell’Altro.

Il mondo brucia nel silenzio. Da gennaio ad agosto 2019, andati in fumo 5 milioni di ettari di vegetazione.

«Io sono me più il mio ambiente, se non preservo quest’ultimo non preservo me stesso».

Con questa emblematica frase, Jose Ortega y Gasset, provava nel 1914 a sensibilizzare le persone su una questione di estrema importanza, la tutela della natura e dei suoi frutti, allora non ancora impellente. A distanza di 105 anni da queste parole, i cosiddetti polmoni della Terra stanno bruciando, incessabilmente, contemporaneamente ed inesorabilmente.

Cosa sta succedendo realmente nel mondo?

Il 2019 è stato, fino ad ora, un anno molto duro per il nostro pianeta e le cose, purtroppo, non sembrano destinate a migliorare. Dall’inizio dell’anno in diverse aree verdi del pianeta tra Sud America, Siberia, Sud-Est asiatico ed Africa si sono infatti registrati migliaia di incendi ogni mese. Nella sola Amazzonia stando ai dati forniti dall’INPE, l’istituto brasiliano che si occupa delle indagini spaziali, gli incendi totali nel 2019 sono stati da gennaio ad agosto 84957, per una media di circa 350 incendi al giorno che hanno coinvolto Brasile, Perù, Argentina, Bolivia e Paraguay. Nelle zone forestali della Siberia e della tundra dell’Alaska, della Groenlandia e dell’Artico, nel solo mese di agosto, sono andati a fuoco oltre 5 milioni di ettari di vegetazione, ovvero poco meno dell’intero patrimonio forestale italiano. Grazie ad una fotografia scattata dalla FIRMS, il centro dati della NASA, è possibile rendersi conto della reale situazione in cui la Terra riversa, dato che ogni singolo incendio attivo è riportato sull’atlante con un puntino rosso.

Ovviamente non si tratta di soli incendi spontanei, maggiori in Siberia dove il numero di fulmini e di piante secche è notevolmente aumentato per via del riscaldamento globale, ma sono di fatto numerosissimi i casi di roghi appiccati con dolo. Roghi che, per via dell’aumento delle temperature e della siccità prolungata, si propagano con facilità disarmante e risultano quasi impossibili da estinguere.  In Amazzonia tutto è dovuto alla crescente deforestazione necessaria alla produzione agricola ed industriale, così come in Indonesia, laddove le autorità hanno puntato il dito contro i produttori di olio di palma colpevoli di voler ampliare le zone di coltivazione. Caso diverso, invece, quello dell’Africa poiché nelle zone più colpite, ovvero quelle limitrofe alla Savana in cui è presente un bioma erboso, la causa scatenante non è la deforestazione ma la fertilizzazione. Inoltre è stato dimostrato come la tecnica dello slash and burn permetta realmente di rinnovare la vegetazione grazie alla cenere che si deposita sul terreno, limitando il problema esclusivamente all’emissione di CO2.

L’indifferenza istituzionale

Una simile situazione, se si tiene conto degli innumerevoli problemi che la Terra sta affrontando dal punto di vista ambientale, necessiterebbe di un pronto intervento delle istituzioni e di una reale volontà di trovare una soluzione, invece si è costretti ad osservare allibiti l’indifferenza, se non la connivenza, delle figure istituzionali e di conseguenza, neanche a dirlo, della popolazione tutta. Basti pensare alla figura di Jair Bolsonaro, reo di aver ridotto le sanzioni per la deforestazione dell’area ora soggetta agli incendi e di aver licenziato il direttore dell’INPE accusandolo di aver falsificato i dati, oppure a tutti i criminali, al soldo dei latifondisti, disposti ad incendiare la propria terra. Il nostro habitat naturale, l’unico pianeta attualmente conosciuto sul quale è possibile la vita, sta bruciando senza sosta, creando un circolo vizioso che si autosostenta. Un circolo vizioso in cui gli incendi sono alimentati dalle temperature sempre più alte, le emissioni di CO2 dovute agli incendi creano i presupposti per un ulteriore aumento di temperatura e così via all’infinito fino ad arrivare a quello che viene solitamente definito Tipping Point, il momento in cui il processo di trasformazione di una foresta in savana diviene irreversibile. E il tempo a nostra diposizione per invertire il processo continua ad esaurirsi.