La trappola del consumismo

La crescente industrializzazione dell’Occidente nell’arco degli ultimi due secoli ha rivoluzionato in maniera completamente inattesa e imprevedibile la vita degli individui e delle comunità umane. Processi lunghi e dispendiosi sono stati, infatti, enormemente semplificati dalla comparsa di ritrovati tecnologici sempre più avanzati e dalla loro maggiore accessibilità, derivata dalla produzione su vasta scala.

L’aumento dei consumi, pertanto, è stato salutato come una tendenza temporanea, destinata ad arrestarsi nel momento in cui tutti avrebbero potuto usufruire delle tecnologie volte alla semplificazione della vita. Un mondo di persone che prosperano nel comfort e nel benessere, con a disposizione una quantità di tempo libero fino ad allora inimmaginabile, sembrava quindi a portata di mano. Eppure le cose sono andate in maniera diversa.

Disegno di Gennaro Rapa

La vertiginosa crescita dei consumi, anziché arrestarsi, è cresciuta ulteriormente d’intensità. Tale fenomeno, comunemente definito consumismo, non è però che una conseguenza dello stato di (relativo) benessere a cui alludevamo poc’anzi.

Una volta visti i propri bisogni primari soddisfatti, infatti, gli uomini si sono diretti verso obiettivi più grandiosi, come il raggiungimento di uno stato permanente di felicità e soddisfazione. Una condizione a cui si crede di poter arrivare attraverso l’acquisizione smodata di sempre nuovi beni.

Un sistema economico che deve al consumismo la sua vertiginosa espansione non può che avallare e incentivare tale tendenza, cercando in ogni modo possibile di far avvertire alle masse nuove esigenze, per il cui soddisfacimento vengono appositamente creati nuovi prodotti. Si passa, quindi, da un’economia di produzione a una di consumo in cui la vendita diviene l’unico elemento centrale.

Gli effetti del consumismo: omologazione e standardizzazione

Il bombardamento mediatico a cui ogni individuo è sottoposto, però, oltre a spingerlo verso una dipendenza ossessiva dagli acquisti, lo indirizza verso una crescente omologazione. Tutti devono desiderare le stesse cose, nello stesso modo e nello stesso momento, pena l’infelicità e l’esclusione. E poco importa la propria condizione economica; per ogni fascia di prezzo esistono, infatti, prodotti deputati allo svolgimento della medesima funzione.

Ciò alimenta ancora di più l’idea che la felicità sia un qualcosa di acquistabile e per cui non è necessario ingegnarsi o combattere, un qualcosa misurabile per di più in quantità e non in qualità.

Inutile dire che il consumismo smodato, in realtà, non conduce alla felicità. La ragione però non è di ordine morale o spirituale, ma è intimamente connaturata alla sua stessa natura: essendo il consumismo basato su un soddisfacimento continuo di bisogni fittizi, non può di conseguenza condurre a un appagamento reale, poiché non agisce sulle vere cause della propria insoddisfazione.

Il consumismo è dunque un palliativo che, in quanto tale, non fa che nascondere i sintomi di una reale insoddisfazione interiore anziché curarli. Esso è però, al tempo stesso, anche una delle sue cause scatenanti, dato che non tutti i bisogni che produce possono essere effettivamente soddisfatti. In questa duplice e simultanea natura di soluzione e causa risiede dunque la pericolosità della sua insidiosa trappola.

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA, IL PREZZO DEL PROGRESSO?

Smartphone, tablet, console, GPS, televisione, PC, laptop. Quotidianamente ogni individuo impiega uno o più di questi dispositivi ed è, in tal modo, ripetutamente costretto a fare i conti con i malfunzionamenti o l’usura a cui, per natura, sono soggetti. Dietro questi stessi problemi, propri di ogni dispositivo tecnologico, si cela un astuto stratagemma attuato dalle aziende, figlio della cinica politica del consumismo.

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