Napoli, tra spazi alienati e spazi di riappropriazione

È impossibile uno studio delle contraddizioni di Napoli senza tener conto del contesto urbano in cui si sviluppano: strade, abitazioni e vicoli costituiscono il reparto di ostetricia in cui le contraddizioni partenopee partoriscono i propri figli.

Le tante contraddizioni che contraddistinguono la vita quotidiana della città di Napoli non possono essere affatto studiate e prese in considerazione senza considerare il tessuto urbano entro cui si sviluppano.

Non si tratta semplicemente di osservare la struttura delle vie di Napoli, ma anche e soprattutto di come si inseriscono in esse esercizi commerciali, laboratori e abitazioni e, di conseguenza, che tipo di vita si è radicato in quei luoghi e quali sono le reazioni.

Che lo spazio sia un luogo fondamentale della produzione di potere è reso noto dalle teorizzazioni, dalle analisi e dagli studi di M. Foucault, ed è innegabile che un tale pensiero si rispecchi in qualsiasi contesto cittadino e non. A Napoli la cosa è palese: negli spazi che ne caratterizzano in particolar modo il centro storico le produzioni di potere sono molteplici, tutte confliggenti per emergere sulle altre, risultando in una fantasmatica apparenza dei luoghi che conferisce loro un fascino peculiare per cui è famosa la città.

Il centro storico di Napoli: un campo di battaglia simbolico

La maggior parte degli spazi che caratterizzano il centro storico della città, infatti, sono progettati e strutturati per una socializzazione chiusa, per un connubio tra associazionismo civile e intervento del potere che, almeno idealmente, dovrebbero essere complementari: l’associazionismo civile dovrebbe intervenire negli spazi che il potere lascia liberi, e, parimenti, il potere non dovrebbe perseguire questa ultima forma.

Si tratta di soluzioni proprie di stadi dell’evoluzione storica della società che oggi non sono più tollerati dall’attuale strutturazione e organizzazione del potere: la pressione della totale amministrazione dello spazio e del tempo che le attuali forme di controllo e di dominio del potere impongono al corpo sociale trovano, nel contesto urbano del centro storico di Napoli, una notevole fonte di attrito.

Le strette viuzze che caratterizzano i quartieri così come i cortili interni della maggior parte dei palazzi fungono da barriere, mentre le piccole piazze che intervallano l’altrimenti monotona scacchiera viaria, invece, sono i veri e propri campi di battaglia di questo scontro invisibile, il luogo ove l’associazionismo e il potere si fanno violenti, non solo nel concreto ma anche e soprattutto alla vista: il presidio dell’esercito o delle reazioni cruente al potere parlano da sole.

La reazione all’alienazione dello spazio

A questa prima contrapposizione interna se ne aggiunge una seconda, ovvero i numerosi processi di personalizzazione degli spazi alienati da gentrificazione e conflitti per il controllo dei luoghi: i numerosissimi graffiti, da quelli di semplice messaggistica a quelli grafici o semplicemente firme di determinati gruppi, testimoniano una rete sotterranee di ri-personalizzazione dello spazio, come Baudrillard aveva compreso fin dagli anni ’80 del Novecento.

La nomenclatura viaria, segno del potere ufficiale sull’assetto stradale, infatti, viene contrastata proprio da questa nomenclatura secondaria dei graffiti, per cui lo spazio si riempie di significati altri, personali, o dai nomi secondari con cui quel luogo diviene noto ai residenti, appropriazione di quel posto da parte dell’associazionismo civile che ancora sopravvive.

Una delle considerazioni fondamentali da dover fare, di conseguenza, sulle città caratterizzate da una complessità di contraddizioni che, spesso e volentieri, trovano nella violenza la scorciatoia espressiva per una propria legittimazione ufficiale, è che la preservazione dell’ambiente immacolato agisce più come un ulteriore agente repressivo della vita sociale e delle libertà che sono suggerite dalla stessa conformazione urbanistica.

Il graffito rispecchia una precisa esigenza espressiva e la sua educazione piuttosto che la sua repressione ideologica potrebbe aiutare a risolvere alcune di queste contraddizioni, evitando che l’azione violenta della repressione delle forme di associazione che non intendono assoggettarsi al potere ma che vogliono agire indipendentemente e parallelamente ad esso, sfoci in altrettanti violenti atti.

Il fallimento delle città-gioiello: la morte

La città gioiello, infatti, testimonia di un riferimento simbolico che è, non a caso, come tutti i gioielli, connesso alla morte: l’evidenza di questa simbologia lo si ha nel destino che ha colpito tutte le città ove la preservazione ha preso il sopravvento sulla vitalità del proprio contesto urbano.

A Napoli l’operazione di imbellettamento, associata al turismo spregiudicato, è destinata ad un tragico fallimento, e la drammaticità dell’esplicitazione delle contraddizioni sotterranee è solo una premonizione dell’ancor più violenta reazione che potrebbe comportare la decisione barbara di ignorare i conflitti e proseguire nella cieca tendenza dell’industria del turismo culturale.